Special project # 11, The Legacy of Allan Kaprow by Pasquale Polidori

Intervista a Nora Al-Badri e Jan Nikolai Nelles.

by Elena Giulia Rossi |     9 novembre 2017

Arshake ha il piacere di pubblicare l’intervista a  Nora Al-Badri and Jan Nikolai Nelles, autori di Fossil Futures, risultato di una ricerca (fondata da Haus der Kulturen der Welt) presso Tendaguru Beds in Tanzania, una ex-colonia tedesca dove sono stati effettuati scavi di ossa di dinosauro durante l’era coloniale. Il progetto è parte di «Not a Single Bone», la prima personale dei due artisti in corso da NOME Gallery a Berlino.

Da Dinosaur Bones a The Other Nefertiti, la vostra opera si interroga sulla costruzione della memoria e della conoscenza a partire dai manufatti così come sui concetti di proprietà e di originalità. Accedere illegalmente attraverso il sistema informatico a Nefertiti e riportare la copia al Cairo è stata un’azione politica forte che ha esteso l’interrogativo della proprietà al Patrimonio Culturale. Quanta attenzione si deve dare al contesto nel rendere la cultura accessibile?

Nefertiti è un simbolo che rappresenta migliaia di manufatti saccheggiati, per buona parte dal Sud del mondo. È evidente che l’iconoclastia e il saccheggio del patrimonio culturale sono praticati da molto tempo. Con la nostra pratica, cerchiamo di trovare nuovi modi di mettere in discussione, indebolire o reindirizzare l’opinione dominate e incoraggiare una discussione pubblica su questo argomento. Stiamo ovviamente criticando l’istituzione tedesca per la sua mancanza di trasparenza verso il pubblico rispetto al contesto violento a cui si riferiscono alcune opere seminali della collezione.  Poiché i musei istituzionalizzano la storia in maniera piuttosto letterale, diventa una vergogna politica che queste istituzioni culturali non abbiano la facoltà di agire in nome delle verità storiche del colonialismo. Da una prospettiva dei diritti digitali, la gran parte dei musei stanno agendo come cerberi dei mezzi culturali e delle opere digitali derivate, e stanno oltretutto reclamando la sovranità interpretativa delle loro collezioni. Facendo ciò, queste istituzioni stanno commettendo la cosiddetta copyfraud, giacché tutti i manufatti antichi sono di per sé di dominio pubblico.

Sfogliando l’interessante catalogo che accompagna la mostra mi sembra che la vostra opera non solo fornisca un contesto, ma rende anche consapevoli della sua soggettività, una soggettività spesso nascosta dietro le verità indiscutibili della scienza, della storia…

Sì, ci domandiamo se la fiducia nei fatti scientifici, come una sorta di ortodossia, sia la ragione per ignorare fonti alternative di sapere e dati. La nostra impressione è che le nostre società stanno iniziando a sentire l’urgenza di porsi queste domande. I post-fatti stanno aumentando e i detentori del potere scherniscono il sapere scientifico occidentale mentre il mondo moderno crede di essere stato costruito su di esso. Per decenni le strutture del potere dominante hanno istituito un’iper-realtà stabilendo quella che viene definita perception management, o gestione della percezione, e che appare come una enorme distrazione di massa. Il fatto svolge il ruolo di àncora al terreno solido del sapere che in questo momento sembra più importante che mai, tuttavia dovremmo ancora considerare l’opportunità di mettere in discussione l’ordine di quel sapere e le rispettive implicazioni morali. Le prove scientifiche dell’intossicazione globale, del caos climatico, sono disponibili anche al pubblico, tutti noi potremmo sapere, se volessimo, ma la questione non è affrontata in maniera appropriata. Nonostante tutte queste conoscenze, orgogliosamente schedate in archivi e biblioteche, tutti noi stiamo commettendo un suicidio ecologico (ecocidio). Sembra che nell’ordine del nostro sapere scientifico occidentale sia diventato una gerarchia di fatti privi di saggezza. L’ opera Fossils Future si basa su questa ipotesi.

Il nostro obiettivo è porre domande sui dati indigeni, sulle tecnologie di comunicazione, sulle sinergie dell’arte, per creare un impatto. Il caso di Tendaguru è particolare, tuttavia rimane un buon esempio del coinvolgimento coloniale, dell’ignoranza occidentale verso altre culture e il loro sapere. Il sito e i reperti sono stati ben documentati da centinaia di anni secondo una prospettiva legata alle scienze naturali. Ma ciò che è lampante e sintomatico è il fatto che nessuno abbia mai chiesto a quelle persone che vivono nei pressi del sito del loro rapporto con i fossili. Durante la nostra ricerca abbiamo appreso dei riti spirituali e di guarigione praticati fino ad oggi dagli abitanti dei villaggi locali utilizzando il sito e i fossili. In passato Tendaguru era un posto sacro per la comunità, in cui le persone andavano quando si verificavano delle calamità per praticare i propri riti. Il sapere che ci è stato affidato non possiamo presentarlo solo in Germania: il nostro obiettivo è creare valore nello stesso sito e per la stessa comunità.

La comunità locale è ben consapevole che le istituzioni tedesche, quale una continuazione e istituzionalizzazione del colonialismo, stanno ancora traendo profitto dalle risorse depredate e di cui si sono appropriate ingiustamente subito dopo la famigerata rivolta dei Maji-Maji. I nonni delle genti di Miangala (in Tendaguru) furono coinvolti e sfruttati nelle attività di scavo e hanno tramandato il proprio sapere e racconti a figli e nipoti. Oggi, la comunità locale è desiderosa di ottenere giustizia e uno spazio in cui l’ingiustizia del passato e del presente possa essere esposta e discussa con un pubblico più ampio. Un risultato della ricerca nell’area di Tendaguru sull’argomento dei fossili è stato che la comunità locale di Miangala ci ha commissionato di riportare le ossa in chiave artistica e di trovare modi alternativi di ridare nuova vita alla comunità locale. Saremo in grado di parlare di ciò in una fase successiva perché il progetto vedrà la realizzazione nel 2018.

Anche se non avete ma rivelato i dettagli del processo, quanto è stato importante per voi l’atto di hackeraggio nell’intera operazione?

Siamo consapevoli e scegliamo un particolare popolarismo artistico come metodo. Un curatore, una volta, parlando dei fatti contestati riguardanti NefertitiHack ha detto: «Preferisco avere a che fare con una bugia artistica che una bugia istituzionale». E il modo in cui si racconta una storia è ovviamente importante. La provocazione secondo noi è legittima se porta a qualcosa oltre se stessa.

Avete realizzato The Other Nefertiti nel 2015. Qual è stata la reazione più interessante dal pubblico?

La reazione più interessante sono stati i migliaia di remix arrivati, dimostrando l’importanza dei dati e il fascino per la storia antica, se accessibile al pubblico.

Le domande sulla proprietà sono riconducibili alla vita, nella fusione tra vita organica e non-organica (ingegneria genetica, etc…). Qual è la vostra opinione a riguardo?

Dopo aver parlato di «Fratturazione Culturale», quale strumento di politica delle identità da parte degli stati nazionali. Si sta puntando nella direzione del land grabbing, della mercificazione di specie, di forme di vita e della natura stessa. Non più gli Stati-Nazione ma le cooperazioni multinazionali reclamano la proprietà intellettuale di un cetriolo. Tutti noi sappiamo che è una frode, eppure accade, e in questo modo viene creata una ‘Hypercommodity’. La biopolitica è il prossimo strumento di potere, ma non siamo esperti su questo argomento.


 Nora Al-Badri e Nikolai Nelles. ‘NOT A SINGLE BONE’, NOME Gallery, Berlino, 09.09 – 11.11.2017

immagini: (tutte) Nome Gallery, ‘NOT A SINGLE BONE’, Exhibition by Nora Al-Badri and Nikolai Nelles, September 9 – November 11, 2017.

 

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