Special project # 11, The Legacy of Allan Kaprow by Pasquale Polidori

Intervista | Daito Manabe

by Elena Giulia Rossi |     18 luglio 2017
Daito Manabe è programmatore, interactive designer, compositore, DJ, performer attivo con un gran numero di collaborazioni di diversa natura, tra cui la compagnia di danza Elevenplay, o artisti come Nosaj Thing, Squarepusher, Falty DL or Ryuichi Sakamoto. Questo artista versatile e poliedrico ci racconta del suo mondo creativo e della sua recente esperienza al Sónar Festival dove è stato protagonista con il lavoro phosphere, commissionato da SonarPLANTA in una iniziativa congiunta tra Sónar e Fundació Sorigué e, sul palco, con una performance con Nosaj Thing che ha lasciato il pubblico senza fiato.

Elena Giulia Rossi: Quali sono i tuoi Maestri, le tue letture, le tue fonti d’ispirazione?

Daito Manabe: Ho trovato l’ispirazione in numerosi collaboratori e figure all’interno della comunità, tra cui Golan Levin, Zachary Lieberman, Elliot Woods, Memo Akten, Yugop, Kyle McDonald, MIKIKO, e Motoi Ishibashi. Inoltre, sono un avido lettore di una grande varietà di generi.

Le mie specifiche fonti d’ispirazione variano a seconda del progetto a cui sto lavorando. Ad esempio, nell’ambito della mia collaborazione con Nosaj Thing presentata in occasione del Sonar, sono stato ispirato dalla sua musica. Nel caso di Phosphere ero interessato al concetto di tridimensionalità creata dalla luce. Per Border volevo esplorare le inibizioni e l’incompiutezza inerente alla Realtà Virtuale per sondare il confine tra quest’ultima e la realtà.

Con Motoi Ishibashi nel 2006 hai fondato Rhizomatiks.  Qual è il segreto di una collaborazione di successo?

Credo sia fondamentale collaborare per un lungo periodo di tempo affinché si possa davvero giungere a conoscersi a un livello profondo. In quest’ottica, devi costantemente essere disposto a modificare la tua relazione di modo che la collaborazione continui a coinvolgere entrambe le parti. Aumentare il flusso di lavoro collaborando anche su più progetti è un altro modo di procedere.

Hai lavorato con Festival e con aziende private, ma anche con compagnie di ballo e artisti, come Björk. Quanto è importante per un artista riuscire a costruire diversi tipi di collaborazione?

A seconda della forma e dell’aspetto di un certo progetto, vi sono esempi dove è possibile che tu debba gestire tutto da solo al fine di realizzare un’opera solida e convincente. Nel mio caso, sono totalmente in grado di occuparmi da solo della composizione musicale e degli aspetti legati all’attività di DJ. Credo che sia un approccio valido. Non sempre è necessario collaborare con qualcuno.

Ciò nonostante, se desideri esibirti a un livello più elevato, pur continuando a lavorare da solo, è probabile che tu debba comprare strumenti o componenti aggiuntivi, che costituiscono, in un certo senso, una forma di collaborazione indiretta con una specifica tecnologia e sviluppatori.

Quando lavori a progetti che impiegano la tecnologia e le varie espressioni della media art, impari moltissime cose che non avresti mai immaginato, proprio grazie alla collaborazione con esperti nei rispettivi ambiti di competenza. La collaborazione può rivelarsi particolarmente vantaggiosa, in quanto può portarti a costruire qualcosa che non ti aspettavi o che pensavi perfino impossibile da realizzare.

Credi nel dialogo e nella sinergia tra profit e no profit?

Non credo che un artista debba mai realizzare opere commerciali a meno che non sia assolutamente necessario ai fini della stabilità finanziaria. Nella migliore delle ipotesi, sei in grado di sostenerti attraverso l’arte e avere ancora del denaro da destinare ad un progetto. Non sono stato così fortunato. All’inizio della carriera ho avuto grandi difficoltà. Come piattaforma di lancio per la produzione di opere, ho fondato una società con alcuni amici che si occupavano di pubblicità e web design. Il mio lavoro era fornire arte e idee alla squadra di pubblicitari. Successivamente ciò si è rivelato un grande aiuto nella mia carriera quando ho lavorato con Kaoru Sugano, MIKIKO di ELEVENPLAY, e Perfume. Sono tutti attivi nell’intrattenimento commerciale e nel settore pubblicitario, ma ci siamo ritrovati in una comunione di vedute, e ho sentito che condividevano a fondo la mia vision. Sono fortunato di aver avuto la possibilità di collaborare con loro; mi hanno aperto nuovi orizzonti; mi hanno spinto ad intraprendere progetti che non avrei mai preso in considerazione e che non sarei mai stato in grado di realizzare se fossi stato da solo nel mondo dell’arte. Quando allestisci performance importanti (dell’entità della Cerimonia di Chiusura dei Giochi Olimpici e spettacoli con un pubblico di 60.000 persone) è molto diverso dalla rappresentazione scenica di un piccolo evento teatrale, e ci sono molte cose da apprendere dal processo.

Puoi dirci qualcosa riguardo a Phosphere,  il lavoro che hai appena realizzato per il Sonar Festival e la tua intesa con SonarPLANTA e Fundació Sorigué che lo hanno commissionato?

L’enfasi è stata posta principalmente su come sviluppare il concetto. Infine, abbiamo osservato le forme geometriche rappresentate in maniera naturale nei minerali, e abbiamo deciso di approfondire un concetto geometrico così come creato dal movimento umano e dalla tecnologia.

Durante Sónar + D ti sei anche esibito sul palco con Nosaj Thing in uno spettacolo straordinario. Puoi dirci qualcosa in più sulle tue idee relative al futuro incontro tra l’uomo e la macchina, tema centrale del Festival, ma anche della tua visione/attività visuale-sonora-algoritmica?

Per quanto le macchine e gli algoritmi si evolvano, puoi sempre ri-motivarli in chiave creativa a servizio di una nuova idea. È un processo molto divertente. Credo che il fatto che gli uomini abbiano migliori facoltà di giudizio nell’immissione di informazioni diventerà più importante. La produzione artigianale è destinata a cadere nell’oblio.

Nell’universo musicale, saper suonare uno strumento non sarà più necessario. L’AI comporrà ogni nuovo genere di musica per noi. Nella prossima epoca tutto sarà incentrato sulla lungimiranza e sul giudizio razionale, la capacità che ci spinge a stabilire se qualcosa sia davvero valido o meno.

La maggior parte delle tue opere sono performative e quindi effimere. Quanto è importante l’archivio per te?

Tra l’aspetto tangibile (orientato all’entità) e intangibile (situazionale) di un progetto, devo ammettere che personalmente sono interessato più all’ultimo. Per me un progetto è un’impresa completa, e l’attenzione non è solo sul prodotto fisico finale. Sono interessato al processo che porta alla performance e che si riflette in questa. C’è una forte componente situazionale, e voglio che il mio lavoro esplori ed esprima le implicazioni di ciò che sta realmente accadendo in un’opera. In quanto tale, l’archivio non è nient’altro che un mezzo per documentare e servire da prova dell’evento. Se guardi il mio canale YouTube, vedrai che non edito le vecchie performance per scopi di archiviazione. Sono caricati per intero come un unico lungo video.

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia come mezzo creativo? 

Credo che passerà ancora molto tempo prima che la programmazione diventi naturale al punto da farti sentire un pittore con un pennello in mano. I programmi devono diventare quasi un prolungamento del proprio corpo, ma ciò richiederà tempo. Lo stesso vale per la matematica. Contare numeri e calcolare l’area sono tutte esperienze fisiche. Tuttavia, una volta che inizi a occuparti di geometria non euclidea e di spazi che vanno oltre la quadridimensionalità, diventa tutto estremamente astratto e difficile da comprendere. Una volta che inizi a gestire questi concetti astratti in un modo molto fisico, credo diventi possibile esprimere te stesso in modo vero e unico per la prima volta.


immagini: (cover 1) Daito Manabe. Big Laser (2-4-5) «Phosphere», Rhizomatiks studio, ambiente immersivo creato per SonarPLANTA (3) Nosaj Thing Daito Manabe – Sonar Hall Sonar, 2017. Ariel Martini, 2017

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