Special project # 11, The Legacy of Allan Kaprow by Pasquale Polidori

Robert Henke al Digital Life 2017

by Elena Giulia Rossi |     19 ottobre 2017

Il Romaeuropa Festival quest’anno è tornato sempre più ricco di eventi, sempre più attivo nel costruire un network di istituzioni, pubbliche e private, su scala locale e internazionale.

Ancora una volta, il Festival ha dedicato uno spazio tutto suo al Digital Life con eventi collaterali e una mostra a Palazzo delle Esposizioni, sintonizzandosi su un arte digitale sempre più ibridata in ricerche e forme transdisciplinari e multimediali. Where are we now? È questo il titolo dell’edizione di Romaeuropa Festival nato dall’esigenza di interrogarsi sulla «necessità di un’analisi dello stato dell’arte dell’espressione umana contemporanea in campo artistico e tecnologico sulla quale le future traiettorie dell’evoluzione umana potranno derivare la loro identità». Il Digital Life si ritrova parte di questa indagine con l’obiettivo puntato su un settore arti visive che sembra essere sempre più spostato rispetto alla ‘visione’ classica, allargato, piuttosto, ad una percezione multi-sensoriale.

Nessuno meglio di Robert Henke, artista, performer, musicista, ingegnere, programmatore, compositore, poteva essere chiamato a rappresentare queste nuove forme di ibridazione di generi e discipline. Henke ha inaugurato il Digital Life con una performance in anteprima al Teatro Argentina, trasformando il settecentesco teatro in una composizione spaziale di luci e suoni, una performance live che da una parte si è rivelata in una forma più virtuosa rispetto alle sue sperimentazioni passate, dall’altra ha trovato una sua strada di adattamento ad un luogo ‘classico’ e di contatto con un pubblico allargato.

La sua è una ricerca sul linguaggio, quello che lui stesso scrive per programmare i software che animano le performance. «Ogni simbolo, ogni numero, ogni lettera, nel linguaggio dei computer ha un significato molto preciso» – sostiene Henke nell’intervista a Chiara Pirri che ha accompagnato il pubblico in sala, nel descrivere il ruolo del linguaggio tra il dietro le quinte e la scena delle sue performance. Come per tutti i suoi progetti precedenti, anche  Lumiere III – terza evoluzione di un progetto avviato nel 2014 – il linguaggio pone suoni e simboli sullo stesso piano. «Quando compongo prosegue Henke nella sua conversazione con Chiara Pirri – creo forme e suoni che combino tra loro a forma degli ‘eventi’. Ogni evento è costituito, quindi, da un simbolo e da un suono, inseparabili. Queste unità mi permettono di manipolare suono e immagine allo stesso tempo durante l’intera performance».

Robert Henke, presenta anche la sua nuova installazione phosphore, parte della mostra “Digital Life» ora in corso a Palazzo delle Esposizioni. Una luce ultravioletta realizza paesaggi temporanei su uno strato di polvere di fosforo sparso sul pavimento della stanza accoglie al suo interno da una musica ambientale che avvolge come in uno stato embrionale. Ispirato dalle teorie della geometria frattale di Benoît Mandelbrot, dalla prima arte algoritmica e dai modelli contemporanei di Big Data, Henke scrive, per questo progetto, un software che simula processi di erosione, di gravità e di movimento. La luce cade dall’alto e modifica il profilo del paesaggio montuoso, scavando dei canyon virtuali, risultando in traiettorie differenti con il passare del tempo. Ciò che si vede risulta dalla ripetizione di calcolo delle funzioni di base simulate dalla scrittura del software. La materializzazione del paesaggio ai nostri occhi è, in realtà, un esercizio percettivo con cui l’artista gioca per istradarci in un viaggio nel tempo. Ciò che vediamo è, infatti, ciò che è accaduto due ore prima. «Con un piccolo aiuto dall’alchimia e dalla fisica quantistica, la materia acquista memoria traducendo il tempo nello spazio (…) Il movimento diventa visibile come oggetto bidimensionale». In questo lavoro, così come in tutta la ricerca di Henke, si comprime il tempo attuale, imprevedibile e in continua evoluzione. Poterlo decodificare, significa impegnarsi in una ricerca transdisciplinare.

Significa, anche, essere pronti al fallimento, quello che ha permesso alla scienza e alle arti di progredire, quello che l’accelerazione tecnologica ha cancellato dalla nostra sfera percettiva, quello che Henke ci ricorda dover affrontare, nella sua intervista: «per essere un bravo artista devi essere sempre aperto al fallimento, tollerarlo, devi provare e riprovare fino a quando non raggiungi il tuo scopo e questo è ciò che uno scienziato fa tutti i giorni». Rendere visibile il tempo, e con questo anche il ritardo con cui lo percepiamo, significa conquistare terreno sulla strada della consapevolezza. Far luce sullo stato attuate delle cose potrebbe significare accettare l’imprevedibilità degli eventi e la necessità di mantenere saldo il punto interrogativo del titolo: where are we now? Perché domande e risposte si susseguiranno ad un ritmo sempre più serrato, rivelando verità multiple, tutte altrettanto reali, scaturite da un territorio sempre più sfaccettato e frammentato in multiversi.


Digital Life. Art and new technologies, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 07.10.2017 – 07.01.2018
nell’ambito del Romaeuropa Festival

immagini: (cover 1-2-3) Robert Henke – Lumiere III, rehearsal. photo by RobertHenke (4-5) DL_Henke -Phosphor. photo by Giada Spera

 

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