La mostra Can I tell you? di Nordine Sajot, curata da Michela Becchis presso l’AAIE Center for Contemporary Art di Roma, si è conclusa lasciando aperte molte delle domande che attraversavano il percorso espositivo. L’esposizione ha ricostruito oltre vent’anni di ricerca dell’artista attraverso installazioni, fotografie, sculture e interventi ambientali che indagano il consumismo, la memoria collettiva occidentale e i sistemi di potere sedimentati nella cultura alimentare.
Dagli esordi alla produzione più recente, il lavoro di Sajot affronta il rapporto tra desiderio, consumo e responsabilità individuale, osservando questi fenomeni con uno sguardo che intreccia antropologia, storia e cultura materiale. Nel percorso espositivo, sviluppato fra intimo e sociale, fra analogico e digitale, .dialogavano opere storiche e nuovi lavori, tra cui I WAS HERE, HABEMUS, EX-VOTO Against War, Le Maniglie dell’Amore, LOGIN, L’Ordine delle cose e I WAS HERE Supermarket, quest’ultima realizzata con il supporto dell’intelligenza artificiale.
A mostra conclusa, Nordine Sajot ripercorre le principali linee della sua ricerca, riflette sul significato di questo progetto e approfondisce le questioni che continuano a renderlo particolarmente attuale.
Laura Catini: Al termine Consumare corrispondono, come ci invita a leggere Michela Becchis, diversi piani di lettura, in base alla derivazione dai due verbi latini, consumere e consummare. Si traducono letteralmente nell’antitesi di ‘prendere interamente’ e il secondo di ‘sommare definitivamente’, due azioni che appaiono non conciliabili nella vita del Grande Consumatore. In effetti, sembra che questi due momenti creino un parallelo nella tua ricerca, nel rapporto tra dismisura ed essenzialità…
Nordine Sajot: In effetti, la dismisura attuale di questo consumare globalizzato fronteggia una essenzialità consummata dal nostro rapporto con il mondo e l’ambiente, altamente compromessi. Spronare l’essere e non l’avere è un tema che evoca sempre di più la disintossicazione da abitudini e dinamiche socioculturali fortemente consumistiche. Questioni che si ritrovavano in mostra in modo dualistico, fra presenza e assenza, pieno e vuoto, negativo e positivo, luce e ombra. Fra l’aspetto antropologico dell’evoluzione umana e quello che le dinamiche di consumo hanno generato e continuano a genere come conflitti al livello globale oltre ai risvolti storici che vi si snodano.
Il rapporto tra merce e individualismo, impostato nel sistema degli “hyper-mercati”, apre alle narrazioni presenti in mostra che sembrano muoversi come in un grande Pop Up, come esplicita Michela Becchis nel suo testo critico. Dagli oggetti della tavola, passando per rituali, gesti, wallpaper come cartelli pubblicitari, si forma una mitologia contemporanea che rimanda a ciò che interroghiamo riguardo all’evoluzione umana…
Diciamo che ho sempre cercato di collegare la ricerca visiva a un approfondimento filosofico, sociale e antropologico ma anche fisiologico, neuropsichiatrico e psicologico che mi permettono di comprendere diverse sfaccettature legate all’evoluzione umana. Nella creazione di gruppi e metodi di sopravvivenza, l’organizzazione di sistemi di dominanza e come emergono i meccanismi di dogma sotto svariate forme con sovrastrutture tossiche, dal momento che cercano di dettare poteri di controllo. Ovvio che le questioni di identità o di genere abbiano anche un loro posto nei meccanismi di dominanza e potere. Considero però che, aldilà di questo, il nostro tempo metta tutto a rischio nel generare spaventose epopee mitologiche del contemporaneo attraverso una over rappresentazione e scenarizzazione di noi stessi con i media attuali. Da lì anche il riferimento alla figura della dea Diana con gli EX-VOTO realizzati in materiale organico, che rimandano al rapporto compromesso con la natura e il femminile primordiale.
“Lucidi e riflettenti, di foglie secche, di carta spessa questi ex-voto sono la fine di un percorso che non intende rappresentare intere vite, ma fatti che nelle vite irrompono così violentemente da spezzare il tempo e per cui non rimane l’appello al divino. …” – afferma Michela Becchis. Come sono emerse queste serie di ex-voto, da te ideate? Come si collegano al meccanismo della memoria collettiva?
Questo sistema formale che ho creato è nato, tra varie cose, dallo studio degli scritti di antropologi come André Leroi-Gourhan dove viene appurato che l’essere umano deve la sua sopravvivenza all’astuzia che ha deposto nell’utilizzo e il perfezionamento dei suoi arti inferiori e superiori. Questi essendo fondamentali nel procacciarsi e prepararsi il cibo. Consumare alcuni alimenti ha permesso inoltre al corpo di evolvere in una determinata direzione, permettendo al cervello di evolvere a sua volta, anche lì, in una determinata direzione. Le capacità motrici sottili e neurologiche potenziate hanno incrementato questi processi, portando anche a scelte alimentari nello scegliere coltura e allevamento verso una sedentarietà e lo sviluppo di economie, di modelli e strutture di pensiero anche nel nostro rapporto con l’universo. Diciamo che poi, quello che riguarda l’aspetto sociale, la ritualità e la gestualità dei pasti, diventa una forma narrativa partendo da questi concetti che rimandano alla nostra memoria collettiva. Sia rispetto al linguaggio del corpo che alla sua rappresentazione nella composizione di segni e forme. Quando sono arrivata in Italia, mi ha colpito il peso nel tessuto culturale della religione cattolica. La mia attenzione è andata sugli ex-voto, che nella storia, hanno attraversato i millenni conservando un’ambivalenza pagano religiosa. Le forme che creo nelle sagome delle mie sculture vengono chiamate e si sviluppano sotto la forma di ex-voto, proprio per questo motivo, ma qualsiasi sia la forma che prenda un mio lavoro, c’è sempre dietro uno studio e una attenta scelta che non è casuale. In aggiunta, utilizzare e modellare la propria sensibilità nel nostro operato come artisti ha a che vedere con il lavoro sulla struttura dei linguaggi che usiamo in collegamento con una dimensione che va oltre noi stessi; sennò saremo dei creativi e appunto non degli artisti. Sia percepire che indagare su quello che rimanda alla memoria collettiva fa parte dell’unione di queste cose.
Colpisce anche un estratto preso dal testo critico di Michela Becchis: “Più si consuma e più si produce uno sterminato resto, consumare diventa una patologia del sistema che elimina qualcosa spesso indispensabile e aggiunge un residuo tanto più dannoso quanto più difficilmente eliminabile. Dentro il grande accumulo di merci commestibili in cui ci conduce Nordine attraverso la messa in gioco del suo stesso corpo, si compie il paradosso anche etimologico di un consumare che si accresce a dismisura e che produce una costante superfetazione, un’aggiunta superflua e dannosa, un pleonasmo della ragione. L’artista trasforma in visibile ciò che Sayak Valencia scrive in Capitalismo Gore «Una dimensione contraddittoria e sistematicamente fuori controllo del progetto neoliberista. L’identità iperconsumista e la sua controparte: la sempre più esigua popolazione dotata del potere d’acquisto sufficiente a soddisfare il desiderio di consumo»” …
Sono estremamente grata per questo bellissimo testo di Michela Becchis, scritto dopo attenti scambi e approfondimenti. Una professionalità e delicatezza, la sua, che per sua mano, diventa rivelatore come in fotografia analogica, e fa emergere l’immagine impressa sul supporto sensibile della carta, portando alla luce quello che la stessa ha inciso nel profondo.
Nordine Sajot è un’ artista visiva multidisciplinare. La sua ricerca si colloca in una prospettiva antropologica, concentrandosi sulla società dei consumi e sulla globalizzazione. Particolare attenzione è riservata al cibo, all’evoluzione umana, al corpo e al linguaggio, affrontando così il tema dell’identità e dei processi sociali che si formano all’interno dell’inconscio collettivo e dei flussi umani. Il suo lavoro è stato presentato in numerose gallerie, spazi istituzionali e festival in Italia e all’estero, tra cui: MACRO Future (Roma), GNAMC (Roma), Palazzo delle Esposizioni (Roma), Museo del Corso (Roma), MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, Università La Sapienza (Roma), CIAC Castello Colonna (Genazzano), The Factory for Art and Design (Copenaghen), Careof Fabbrica del Vapore (Milano), Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci (Prato), Istanbul Contemporary Art Museum, MNAC (Bucarest), Cortile del Maglio (Torino), Galleria Metis-NL (Amsterdam), Studio Stefania Miscetti (Roma), Galleria Tina Modotti (Udine), Teatro Miela e Galleria LipanjePuntin (Trieste), Centre d’Art Contemporain (Bruxelles), Galleria EOF (Parigi), Goethe-Institut (Toronto), Up and Coming Film Festival (Hannover). Premi e borse di studio: finalista al Premio Fabbri (2024), Premio Termoli (2009), Premio Terna (2008), Premio Talento della Fondazione Roma (2001), Vincitrice del Premio Gruppo Unicredit / Fondazione Arnaldo Pomodoro (2006), Borsa di studio del Berlinale Talent Campus, Vincitrice di «Talk to the City» (Careof, Milano), Vincitrice del «Pagine Bianche d’Autore SEAT» (Luca Beatrice), Premio del pubblico al Poetry Film Festival di Berlino (2002), Commissione per la Biennale del Design di Saint-Étienne (2000), Borse di ricerca e residenze in Francia e Mali. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private quali Gruppo UNICREDIT, Akzo Nobel Art Foundation, SEAT Pagine Bianche, Co.Re.Ve, Saint-Gobain e Museo d’Arte Contemporanea ex-Manifattura Tabacchi (Città Sant’Angelo).
immagini (tutte): Nordine Sajot, «Can I tell you?», AAIE Center for Contemporary Art e Courtesy l’Artista


































