In occasione della prossima pubblicazione del volume, edito da Kappabit e che trae radici dall’omonimo ciclo espositivo Sottoforma, con l’intenzionalità di avviare una riflessione sull’invisibile come forma di conoscenza, attraverso un testo della curatrice di Sottoforma Donatella Giordano e gli interventi del collezionista e storico dell’arte Giuseppe Garrera, del filosofo e teorico dell’arte contemporanea Nicolas Martino, del fisico e docente universitario Giovanni Organtini, della curatrice e critica d’arte Benedetta Carpi De Resmini, del critico letterario e storico della letteratura Andrea Cortellessa, già presentati durante il public program che ha accompagnato l’intero ciclo espositivo, si traccia una disquisizione a posteriori, con intenti critico-analitici, sul momento espositivo centrale che ha coinvolto gli artisti Iginio De Luca e Liliana Moro all’ipogeo Necci.
Potremo iniziare una breve disquisizione a posteriori, sul momento espositivo centrale del ciclo Sottoforma, partendo dalla consapevolezza nietzschiana del vivere pienamente con la sua significazione parallela del saper morire al momento opportuno, elidendo la fine della vita come maledizione contro la terra, innescando un’accettazione della stessa con tutta la sua tragicità e attivando, pertanto, un adempimento della morte e del proprio destino. Si origina uno spirito libero dissidente dal gregarismo delle masse dei popoli europei e dai dogmi di “bene” e di “male”, figli di una morale tradizionale precostituita. Altresì, la dispersione della propria capacità critica si manifesta nel momento in cui il male, inteso come orrore contro l’organicità della vita, è generato dall’individuo che delega le proprie azioni alle regole imposte, smettendo di analizzarle eticamente e producendo così quel concetto arendtiano della “banalità del male”.
Di contro, la coscienza e il libero arbitrio, come campi di informazione fondamentali non esistenti nello spazio-tempo, muovono l’interpretazione di ciò che avviene o che è avvenuto nelle diverse forme di esperienza e l’ipotesi di realtà invisibili, la cui esistenza tende a spiegare il senso e il fondamento di quanto accade, dell’esperienza.
L’arte riveste il ruolo cardine nel rendere percepibili verità profonde, sensazioni e l’incertezza d’animo, decostruendo quegli automatismi di un vedere assiduo del tangibile. L’ipogeo, sin dal V-IV secolo a.C., si presenta come luogo adepto per annullare un quotidiano visibile ed immergersi in una realtà, quella dell’Eikasia, nel percorso verso la Noesis, quell’attività del “pensiero noetico”, la conoscenza diretta che si distingue dal ragionamento discorsivo spesso preda della retorica sofistica e del populismo. Il tempo contemporaneo, con tale specifica attività, sfiora il nichilismo come ulteriore parentesi di riflessione. Ordunque, risulta congeniale il luogo scelto dalle curatrici Donatella Giordano e Agathe Jaubourg, ambiente sotterraneo, risalente al I secolo a.C. sotto lo storico bar Necci, che desta una possibilità di riflessione su quanto pronunciato sinora, in rapporto alla memoria culturale legata alla sua stratificazione storica, di cui conserva alcune tracce materiali. In origine, l’ipogeo è stato cava di pozzolana, nel XIX secolo è stato impiegato come cantina vinicola; mentre durante la Seconda Guerra Mondiale si è trasformato in rifugio antiaereo. È stato dipoi riscoperto, nel luglio del 2020 sotto ai locali del bar fondato dall’omonima famiglia Necci nel ‘24, quando era già punto di ritrovo del quartiere, nel periodo della ricostruzione post-bellica. Necci è anche stato luogo frequentato assiduamente dall’uomo, per il quale le forze profonde spirituali, che sfuggono al pragmatismo moderno, sono riassumibili nella parola “invisibile”. Nei suoi scritti e film, Pasolini denunciava la scomparsa del “sacro” e delle culture contadine, sostituite da una mutazione antropologica tanto invisibile quanto dilaniante, prodotta dal consumismo. Necci è stato teatro di molte scene del suo film “Accattone”. L’ipogeo riprende oggi la sua funzione di cantina di vini pregiati, di alta ristorazione, e di area per la realizzazione di eventi ed esposizione d’arte di rilievo. È, invece, alla sua ex funzione di riparo antiaereo e di spazio di abbandono dei formulati dati che fa riferimento il momento espositivo centrale dei tre appuntamenti di Sottoforma e che ha accolto i lavori degli artisti Iginio De Luca e di Liliana Moro.
Nell’opera di De Luca si abbandonano le risposte metafisiche per scoperchiare il vuoto di senso e il nichilismo passivo, indagati dalla frase emessa silenziosamente dal codice Morse trasmesso con la voce pulsante della luce sulle mura di tufo rossastro di un pozzo alto tre metri. Il periodo è tratto dall’aforisma 146 “Al di là del bene e del male” di Friedrich Nietzsche che recita «Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te», tramutando lo stesso pozzo in una metafora immaginifica ed evocativa dell’abisso, anche parabola della situazione del nostro vivere contemporaneo.
Non è assolutamente astruso tornare, a tal punto, al vivere le sensazioni di “Rumore bianco”, opera letteraria dello scrittore statunitense Don DeLillo (1985) e conseguentemente filmica (2022), diretta da Noah Baumbach. Lo stesso abisso sembra coinvolgere la vita del protagonista Jack Gladney, docente universitario divenuto noto per aver iniziato per primo degli studi sulla figura di Adolf Hitler. Nella seconda parte del racconto, una fuoriuscita di materiali chimici da un vagone ferroviario causa la formazione di una nuvola tossica nella zona in cui vive Jack con la famiglia, costringendoli a un’evacuazione immediata. È in quel momento che il protagonista, preoccupandosi della sua esposizione alla tossina, suppone di poter morire, trasformando l’intera trama in una riflessione sulla paura della morte. Seguendo tale lettura, possiamo affermare che l’artista Liliana Moro abbia estratto, come riferimento per il suo lavoro omonimo, una preziosa immagine dell’abisso, creando uno stretto e vicendevole legame con l’opera di De Luca. Jack, infatti, guardando intensamente alla vita dell’ex cancelliere del Reich tedesco, è divenuto vittima della polvere nera della morte. L’opera sonora “Rumore bianco” della durata di 30’21’’ della Moro, nata durante la pandemia e già presentata alla Commissione di Arte Fiera di Bologna nel 2022, condensa suoni e rumori quotidiani, alternando il singolo suono di un aereo in partenza o di una fanfara da sigla di telegiornale. Tuttavia, in alcuni tratti della traccia, suoni e rumori lasciano il posto a un soffio del vento, al sussurro del rumore bianco, attimo fittizio di quiete che cela lo stato di incertezza coevo. In Sottoforma, nel dialogo ricercato, si evince come la nostra coscienza sia l’unico mezzo in grado di far emergere l’elevazione della consapevolezza individuale.
Sottoforma, A cura di Donatella Giordano e di Agathe Jaubourg, Iginio De Luca, Liliana Moro, 09-30.04.2026, parte di un progetto che è stato articolato in tre mostre consecutive di cui la mostra di De Luca e Moro era preceduta da Eva Marisaldi / Enrico Serotti, Luca Vitone (12-31.03) e seguita da José Angelino, Elena Bellantoni (12-14.05.2026)
immagini: (cover 1-2-4) Sottoforma, a cura di Donatella Giordano e Agathe Jaubourg, Ipogeo Necci, foto Giovanni De Angelis (3) Iginio De Luca, Sottoforma, Ipogeo Necci, foto: Luis Do Rosario
































