Dal 4 settembre 2026, Palazzo Ducale a Genova ospita Ninety Percent of Everything, installazione multicanale basata su pratiche di data visualization, nata dalla residenza artistica promossa da U-BOOT Lab e realizzata in collaborazione dai collettivi Fish Tank e Fathom 30° insieme alla data artist Tiziana Alocci e alla factory sonora Stellare con il contributo del fotografo Simone Lezzi. Il progetto installativo è nato in seguito alla call internazionale di U-BOOT Lab volta alla selezione di artiste e artisti per una residenza curata da Maria Pina Usai e svoltasi dal 15 al 30 maggio 2026 tra Palazzo Ducale Genova, il porto operativo, la stazione sperimentale del CNR-IRBIM e in navigazione a bordo della nave cargo Grendi. Questa operazione di ricerca è emersa come un racconto del sistema portuale e marittimo come infrastruttura che connette ecologie, economie, lavoro, tecnologie e consumo globale in un rovesciamento di prospettiva, come sottolinea la curatrice «rispetto a una lettura che considera la logistica marittima esclusivamente come causa di impatti ambientali, e invita a interrogare il ruolo che ciascuno di noi esercita nel sostenere questo sistema attraverso le proprie scelte quotidiane di consumo».
A guidare la costruzione di questo linguaggio visivo in un progetto collaborativo è stata Tiziana Alocci, data artist genovese con base a Londra, la cui pratica — definita una “cartografia poetica del presente” — lavora da anni sul confine tra rigore scientifico e narrazione emotiva dei dati. Le abbiamo chiesto di raccontarci come nasce, la trasformazione di informazioni normalmente invisibili — rotte navali, biodiversità marina, comunicazioni AIS — per diventare un’esperienza sensibile capace di coinvolgere direttamente chi la attraversa e come cresce in una progettualità collaborativa.
E. G. Rossi: A breve si aprirà la mostra a Palazzo Ducale, un punto di arrivo di un progetto a lungo termine che ha previsto diverse tappe prima di arrivare alla sua presentazione ufficiale. Ci puoi raccontare di questo percorso partendo dalla tua formazione personale all’intreccio con le varie realtà scientifiche con cui collaborate?
Tiziana Alocci: La mostra a Palazzo Ducale non rappresenta la conclusione di una ricerca, ma l’inizio di una nuova fase per esplorare e rendere visibile l’invisibilità di un’industria e delle persone che la vivono: quella del trasporto marittimo.
Ho iniziato a visualizzare dati quasi 15 anni fa, quando ho scoperto questa disciplina durante la magistrale in Design della Comunicazione al Politecnico di Milano. Per anni ho lavorato con dati certi e concreti, dati che spiegavano e confermavano fenomeni certamente visibili. Non ho mai dubitato dell’importanza della ricerca e della divulgazione dei dati, ma negli anni ho sviluppato una curiosità intorno alla loro incompletezza e, talvolta, alla loro obsolescenza.
Gli open data [definiti dal CAD Codice Amministrazione Digitale: “dati disponibili per tutti, accessibili tramite tecnologie digitali e gratuiti.” fonte: ] sono ovunque e facilmente scaricabili, ma alcuni dataset, guardati da vicino, sono meno completi di quanto si possa immaginare: dati non aggiornati nel tempo; indicatori su cui non si raccolgono più informazioni; dati privi di suddivisione di genere; o la completa mancanza di dati relativi ad alcune minoranze etniche. Viviamo nell’epoca dei dati. Governi, aziende, istituzioni e individui prendono decisioni ogni giorno affidandosi ai dati. Eppure, raramente ci chiediamo una domanda importantissima: cosa manca?
Queste osservazioni sono diventate prima una lista nel mio computer e, successivamente, una ricerca che ha trovato una forma teorica nel mio libro Absent Data (pubblicato da Wiley) e in una pratica nella mostra Ninety Percent of Everything presso Palazzo Ducale a Genova.
Lavorare con i dati è un’attività multidisciplinare. In Ninety Percent of Everything abbiamo un team favoloso che intreccia competenze dalla musica al videomaking, dal coding alla ricerca, dalla scrittura alla poesia, fino alle arti performative e alla fotografia. Lavorare con i dati non è complesso; lo è comunicarli. Per questo, l’intreccio di discipline diverse offre una chiave di lettura più vicina all’esperienza della comunità.
Definisci la tua pratica una “behavioural cartography”. Come si traduce questo approccio nel caso di Ninety Percent of Everything, partendo da dataset così eterogenei (flussi navali, biodiversità marina, testimonianze di lavoratori)? Qual è stato il primo passo per trasformare numeri e informazioni tecniche in un linguaggio audiovisivo ed emotivo?
Il paradosso di Ninety Percent of Everything è che avevamo a disposizione un volume altissimo di dati, inclusi quelli in tempo reale. E non solo dati numerici, ma anche qualitativi: libri, fotografie, video d’archivio e interviste. Un primo passo è stato capire perché l’industria del trasporto merci marittimo che come osserva Stefano Casini nell’articolo Blue economy, nuove rotte e scenari per il settore marittimo ( 2025), “vale il 12% del PIL mondiale e quasi il 10% di quello italiano” e con un volume enorme di dati raccolti, sia completamente invisibile agli occhi delle persone.
La stessa domanda se l’è posta la giornalista britannica Rose George, autrice del libro Ninety Percent of Everything (2014), che ha trascorso quattro mesi a bordo di una nave mercantile in viaggio dal Regno Unito a Singapore. Nel suo libro evidenzia come il trasporto marittimo arrivi alla ribalta delle news principalmente in caso di tragedie o disastri ambientali. Il trasporto marittimo è recentemente più noto all’opinione pubblica a causa della crisi geopolitica nello Stretto di Hormuz. Ma ancora molto poco si sa delle persone, equipaggi e lavoratori e lavoratrici bloccati da mesi sulle navi, come i quasi 30 mila marittimi e marittime bloccati da mesi nella regione, come denunciato da un articolo sul Corriere della Sera del luglio 2025.
Purtroppo sappiamo ancora troppo poco delle condizioni di lavoro di marittimi e marittime, dei loro diritti e dei loro sacrifici, e di un’industria che, nonostante le instabilità e i conflitti nel mondo, non si ferma mai: deve garantire che possiamo ricevere il nostro pacco Amazon o acquistare molti degli oggetti che ci circondano. La behavioural cartography si occupa proprio di questo: indagare e mappare visivamente le minuzie invisibili di come le persone vivono oggi.
Nel progetto, i dati scientifici e logistici si intrecciano con le testimonianze umane raccolte sul campo. Dal tuo punto di vista di data artist, qual è la sfida più grande quando si “traducono” dati complessi in un’esperienza sensibile per il pubblico?
Per me la sfida più grande rimane trovare la giusta chiave di lettura per far arrivare il messaggio al pubblico. Per me essere artista non è un virtuosismo, né un atto elitario o eccessivamente biografico. Mi pongo come un amplificatore e, attraverso una pratica basata sulla ricerca e sui dati, provo, per quanto possibile, a far emergere e rendere visibili storie e fenomeni che altrimenti rimarrebbero invisibili. La mia pratica è un atto di comunicazione del contemporaneo, più che una manifestazione del sé.
L’installazione include visualizzazioni che si aggiornano dal vivo con i dati AIS delle navi. Cosa ha significato, e cosa significa, lavorare con dati “vivi” e imprevedibili, piuttosto che un dataset chiuso?
Per me un dataset non è mai chiuso. Nella mia TEDx talk “Come i dati sonori possono ricreare ricordi perduti” (Genova, 2022) ho parlato dei dati e di come siano paragonabili ad una fotografia: un’istantanea di un momento, inquadrata da uno sguardo umano che, con le proprie scelte e decisioni, ha stabilito cosa registrare e cosa no. Ogni set di dati riflette decisioni, priorità, limiti e rapporti di potere. Questa “fotografia” dei dati ci permette di osservare da vicino fenomeni e storie: i dati sono i nostri occhiali per vedere meglio il mondo. I dati in tempo reale, a mio avviso, sono quelli che aiutano maggiormente il pubblico a capire quanto materiale venga raccolto ogni giorno e quanto sia importante comprendere e comunicare i dati: una competenza fondamentale, tanto per chi lavora con le informazioni quanto per chi le subisce.
Cosa si deve aspettare il pubblico che visita la mostra?
Che l’assenza è un dato e che esistono nuovi modi di osservare il mondo. Arte digitale, ascolto, ricerca, partecipazione e pratiche speculative basate sui dati producono forme di conoscenza complementari ai metodi tradizionali, rendendo le tecnologie più inclusive e responsabili e le storie invisibili più visibili.
Ninety Percent of Everything, installazione multicanale,Tiziana Alocci, Fathom 30°, Fish Tank, Stellare, Simone Lezzi, a cura di Maria Pina Usai, Sala Liguria, Palazzo Ducale, 4.9 – 4.10.2026, Genova
Progetto di U-BOOT Lab, in collaborazione con Fondazione Palazzo Ducale Genova. con il patrocinio di Observatoire des publics et des pratiques de la culture – MESRI/AMU, CNR-IRBIM con il contributo di Stellare, Itinerari Paralleli, The Heath² Studio, NECESITY.INK, Laboratorio di Sociologia Visuale UniGe con il supporto di Autorità di Sistema Portuale Mar Ligure Occidentale, Grendi, ETT, CS-MACH1 con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo – Bando “Starter – Cultura e creatività per la sfida ambientale”. Visitate qui il sito dedicato per le informazioni complete sul progetto, della residenza e del processo di realizzazione dalla residenza all’installazione.
immagini: (cover 1-3-5) NPoE, foto: Chiara Caredda (2) NPoE, Open Studio, foto: Silvia Aresca (4) NPoE, foto: Fish Tank (6) NPoE, Still da video



































