Fotografo, artista visivo e informatico, Tommaso Cherubini lavora sul confine tra arte, tecnologia e ricerca, trasformando big data, archivi storici e informazioni scientifiche in materia visiva. La sua formazione di computer scientist gli consente di attraversare media e linguaggi differenti, facendo ricorso anche all’intelligenza artificiale generativa per dare nuova forma a dati e immagini e interrogare alcune delle questioni sociali e ambientali del nostro presente.
Al centro della sua ricerca c’è l’idea dell’arte come possibile strumento di sensibilizzazione. È in questa prospettiva che nasce Invisible Ecologies, progetto sviluppato inizialmente a Firenze intorno all’Arno e successivamente ripensato per Roma e per il Tevere in occasione di Videocittà. Dopo aver visto il lavoro fiorentino, la direttrice artistica Anna Lea Antolini e il direttore creativo Michele Lotti hanno invitato Cherubini a svilupparne una nuova versione per il festival romano ospitato in un luogo storico e significativo della città, lo spazio industriale dell’ex Gazometro.
Abbiamo chiesto a Cherubini di parlarci di questo lavoro e del modo in cui ha scelto di raccontare il Tevere attraverso parametri scientifici, e come presenza intrecciata alla storia e all’identità di Roma attraverso monitoraggi sulla qualità delle acque, eventi storici e trasformazioni ambientali.
Con lui abbiamo approfondito il processo che sta dietro a questa trasformazione: dalle fonti scientifiche e istituzionali al dialogo con chi produce e interpreta i dati, dalla costruzione delle immagini all’uso dell’intelligenza artificiale, fino alla ricerca di un equilibrio tra accuratezza scientifica e licenza artistica. Un percorso che prova a rendere visibile ciò che normalmente rimane racchiuso nei numeri e, attraverso l’arte, a restituirci un modo diverso di guardare il fiume e la città che gli è cresciuta intorno.
E.G. Rossi: Quali sono state le fonti delle tue ricerche?
T. Cherubini: Ho lavorato con fonti scientifiche e istituzionali, privilegiando sempre dati verificabili e tracciabili fino alla loro origine. La base idrologica del progetto si fonda sugli studi di Bersani sulle piene del Tevere a Roma, una serie di pubblicazioni che coprono oltre un secolo di osservazioni, dal Servizio Idrografico e Mareografico Nazionale fino agli studi più recenti sull’influenza del cambiamento climatico sulle piene del fiume. A questi si aggiungono gli Annali Idrologici di ISPRA, il monitoraggio chimico condotto da ACEA sul tratto urbano dal 1985 a oggi, e le classificazioni ufficiali dello stato ecologico e chimico prodotte da ARPA Lazio.
Ho integrato queste fonti istituzionali con un dossier di citizen science dal titolo Giù al Tevere, curato da A Sud insieme al Coordinamento Romano Acqua Pubblica, che mi ha permesso di avvicinarmi al fiume anche dal punto di vista di chi lo vive e lo osserva quotidianamente, non solo dal punto di vista della misurazione scientifica. Ho sempre incrociato i dati tra più fonti prima di utilizzarli nell’opera, per essere sicuro di non basare l’installazione su valori approssimativi o non verificati.
Puoi scendere più nel dettaglio rispetto all’impiego delle grafiche, in particolare nel modo con cui hai trasformato i dati scientifici in immagini?
Il cuore visivo dell’opera è un sistema particellare sviluppato in TouchDesigner, che traduce lo stato del fiume in comportamento visivo. Per la colorazione ho utilizzato il Circumplex Model of Affect di Russell, un modello che mette in relazione due assi: la salute dell’ecosistema, che determina il colore primario delle particelle spostandosi dal verde di un fiume in salute fino al blu di condizioni critiche, e il livello di attivazione biologica, che determina un colore secondario sempre sfalsato rispetto al primario, per garantire contrasto visivo e leggibilità sul ledwall.
Sopra questo sistema particellare ho costruito un’interfaccia grafica pensata come una console scientifica, che ho progettato per mostrare contemporaneamente più livelli di lettura: lo scorrere del tempo attraverso una timeline che attraversa oltre un secolo, dal 1900 a oggi; il sistema particellare generato in tempo reale dai dati; i valori scientifici sullo stato del fiume, aggiornati scena per scena; e gli eventi storici più importanti per la popolazione romana, per il fiume e per Roma stessa, accompagnati da rappresentazioni visive di quegli stessi eventi. L’obiettivo era costruire un’esperienza in cui il pubblico potesse leggere il dato mentre ne percepiva l’effetto visivo, senza che le due dimensioni, quella analitica e quella immersiva, si escludessero a vicenda.
C’è stato un momento in cui i dati hanno suggerito una direzione artistica inattesa?
Più che i dati in senso stretto, sono stati gli eventi che legano Roma al fiume a tirare fuori in me una direzione che non avevo previsto all’inizio. Studiando la storia idrologica del Tevere mi sono imbattuto in episodi che raccontavano molto più della semplice cronaca ambientale: la costruzione dei muraglioni, l’epoca dei fiumaroli, la scoperta della leptospirosi nelle acque urbane nel 1960, l’inquinamento industriale nato durante la Prima Guerra Mondiale. Ogni evento aveva un peso umano, quasi affettivo, oltre a quello scientifico.
Questo mi ha portato a raccontare il progetto in un modo più romantico rispetto al mio approccio abituale, includendo gli eventi storici come parte integrante della narrazione e cercando di restituire ciò che lega concretamente il Tevere alla popolazione romana. Non volevo più solo mostrare un fiume che cambia nel tempo, volevo raccontare una relazione, quella tra una città e il suo fiume, fatta di distanza, memoria, trascuratezza e affetto.
Come bilanci la restituzione scientifica con quella artistica?
Mi considero un tramite. Il mio compito non è sostituire il lavoro degli scienziati, ma dare al pubblico un primo assaggio dei dati scientifici attraverso l’arte, capace di instillare la curiosità di informarsi e di andare più a fondo. Vedo il mio lavoro come un primo passo, per poi lasciare spazio a chi la scienza la pratica ogni giorno: ricercatori, docenti, divulgatori scientifici.
Per me il dato è materia prima. Lo tratto come qualcosa da trasformare in un’esperienza accattivante, capace di generare interesse, che racconti una storia emotiva a partire da numeri che altrimenti resterebbero distanti dal pubblico non specializzato. Il bilanciamento tra scienza e arte, nel mio lavoro, è più un processo che una divisione: la scienza resta la base solida e verificata su cui costruisco, l’arte è lo strumento che rende quella base accessibile, memorabile, capace di toccare qualcuno che altrimenti non avrebbe mai letto un report ARPA o un annale idrologico.
Puoi entrare nel merito del metodo e dell’approccio che tu adotti per confrontarti con l’intelligenza artificiale?
Per me l’intelligenza artificiale è uno strumento. Il mio background da informatico mi permette di sfruttarne le potenzialità in modo consapevole e mirato lungo tutto il processo di lavoro: nell’elaborazione dei dati, nella loro ottimizzazione e normalizzazione, e infine nella rappresentazione visiva attraverso immagini e video.
Uso l’AI generativa soprattutto nella fase di elaborazione dati e nel momento in cui il dato deve trasformarsi in immagine, per costruire il linguaggio visivo che accompagna il sistema particellare e per dare forma agli organismi e ai contenuti che integrano l’opera. In questo processo cerco sempre di mantenere il controllo creativo e la responsabilità del risultato finale: l’IA dà delle possibilità in più, ma la selezione, la direzione artistica e la coerenza con il dato scientifico restano un lavoro mio, guidato dal mio stile e dalla mia ricerca.
Lavori molto con gli archivi. Quale ruolo occupa nella tua ricerca il dialogo con le istituzioni che informano i tuoi lavori? Occupa un ruolo centrale. Cerco sempre di aprire un dialogo diretto con chi i dati li produce, chiedendo di raccontarmi il lavoro dietro le misurazioni, non solo di spiegarmi i risultati.
Voglio entrare nel merito, capire il lato umano di questo lavoro: la passione che c’è dietro alla cura scientifica di un fiume, le persone che monitorano la qualità dell’acqua anno dopo anno, che studiano le piene, che costruiscono le serie storiche su cui io poi costruisco l’opera. Questo dialogo mi aiuta a restare fedele alla realtà dei dati e allo stesso tempo arricchisce la mia comprensione del fiume, aggiungendo una dimensione umana che i numeri da soli non potrebbero mai raccontare.
In che modo il contesto del festival Videoccità ha contribuito all’evoluzione del progetto?
Il contesto è stato stupendo. La direttrice artistica Anna Lea Antolini e il direttore creativo Michele Lotti mi hanno proposto di realizzare l’opera dopo aver visto il lavoro presentato a Firenze sull’Arno, e fin da subito ci siamo trovati molto bene sul piano umano, che per me resta la cosa più importante in qualsiasi collaborazione. Sul piano professionale sono stati impeccabili: ci siamo divertiti lungo tutto il processo e abbiamo costruito un’installazione che è piaciuta sia a loro che al pubblico. Amo Roma, mi piace passare del tempo in questa città, e per me è stato un onore poter raccontare il Tevere attraverso il mio lavoro. Spero di aver reso giustizia a un fiume così incredibile, alla sua storia e alle persone che lo vivono ogni giorno.
Tommaso Cherubini, Invisible Ecologies. Tevere, presentato in anteprima in occasione di Videocittà 2026, 10-12.07.2026
immagini: (all) Tommaso Cherubini, «Invisible Ecologies Tevere», 2026



































