Il Padiglione di Haiti ha aperto i battenti il 9 maggio in occasione della 61ª Biennale d’Arte di Venezia con l’installazione Yelena’s Garden dell’artista Enock Placide, a cura di Mario Savini e presentata a Palazzo Albrizzi-Capello, situato nel quartiere di San Polo, nel cuore di Venezia.
L’opera di Enock crea un’esperienza immersiva e relazionale che accresce il proprio valore invitando il pubblico a partecipare all’interno di un campo percettivo che combina pittura, immagini in movimento e interazione, con l’obiettivo di ridefinire il legame tra il visibile e l’invisibile. La presenza della Repubblica di Haiti alla Biennale serve a promuovere il dialogo culturale e le narrazioni globali.
In conversazione con il curatore Mario Savini…
Laura Catini: In che modo l’installazione immersiva dell’artista Enock cerca di promuovere il dialogo culturale e le narrazioni globali nel contesto della Biennale?
Mauro Savini: L’installazione di Enock Placide promuove il dialogo culturale non attraverso una rappresentazione didattica dell’identità haitiana, ma creando uno spazio aperto alla connessione e all’esperienza condivisa. Yelena’s Garden non impone una narrazione unica o chiusa: invita piuttosto il pubblico a muoversi attraverso l’opera, a modificarne temporaneamente le configurazioni e a partecipare attivamente alla costruzione del significato. In questo modo, il padiglione diventa un luogo d’incontro per sensibilità, memorie e percezioni diverse. La natura immersiva e partecipativa dell’installazione permette ai visitatori provenienti da diversi contesti culturali di interagire con l’opera in modo diretto e personale. Nel contesto della Biennale, questo approccio assume un significato particolare, poiché trasforma il padiglione in uno spazio dinamico in grado di generare connessioni e nuove possibilità di dialogo al di là delle affiliazioni nazionali o geografiche.
Cosa cercano di rappresentare la continua trasformazione ed evoluzione degli elementi all’interno del perimetro esagonale fluido e aperto — inteso come una geometria psichica e relazionale volatile?
La continua trasformazione degli elementi nell’installazione rappresenta, innanzitutto, l’idea di un’opera incompiuta, aperta al cambiamento e alla connessione. La configurazione esagonale non va intesa come una struttura rigida o simbolica in senso tradizionale, ma come un campo dinamico di possibilità in cui ogni elemento può alterare il proprio significato in relazione alla presenza del pubblico. L’intervento dei visitatori, invitati a spostare le tele e a creare configurazioni temporanee, introduce una dimensione instabile e processuale. L’opera cambia continuamente, non solo nello spazio, ma anche nel tempo e nella percezione. Questo “perimetro aperto” riflette così una concezione relazionale dell’arte: non uno spazio chiuso e definitivo, ma una struttura attraversabile, capace di accogliere trasformazioni, connessioni e nuove interpretazioni. In questo senso, il divenire diventa parte dell’opera stessa.
Oltre ai dipinti su tele rettangolari e circolari e a un pennello dipinto su entrambi i lati, ci sono anche una sfera di vetro e un video. In che modo l’elemento di vetro e la presenza della tecnologia post-digitale hanno contribuito ad ampliare il significato trasmesso dalle opere? E in che modo ciò si collega alla poetica dell’artista? Si è trattato di una combinazione necessaria per trasmettere il significato voluto, anche in relazione all’approccio perseguito dalla nostra epoca?
La presenza della sfera di vetro e dell’elemento video amplia la dimensione pittorica dell’installazione, trasformandola in un’esperienza più complessa e immersiva. Non si tratta semplicemente di aggiungere elementi tecnologici alla pittura, ma di costruire un sistema percettivo in cui immagini, riflessi, movimento e spazio sono in costante interazione. La sfera di vetro introduce l’idea di una percezione relativa e mutevole. A seconda della posizione del visitatore, lo spazio e le opere si riflettono e si trasformano, suggerendo che non esiste un unico punto di vista stabile o definitivo. Il video, d’altra parte, introduce una dimensione temporale e dinamica nell’installazione. Il dipinto non rimane isolato come immagine statica, ma entra in dialogo con il movimento, con la luce e con una temporalità fluida che permea l’intero ambiente. Questo rapporto tra elementi materiali e presenza tecnologica è molto coerente con la poetica di Enock Placide, che tende a concepire l’opera come un organismo aperto, capace di collegare la dimensione sensoriale, la percezione cosmologica e la partecipazione del pubblico. Piuttosto che parlare di tecnologia in senso stretto, credo sia importante sottolineare come questi elementi contribuiscano a costruire una forma di esperienza contemporanea in cui spazio fisico, immagine e percezione sono sempre più interconnessi.
In che modo la dimensione temporale può essere identificata come un punto centrale della mostra?
La dimensione temporale è centrale nella mostra perché l’opera non si presenta mai come una forma stabile o definitiva. Yelena’s Garden è concepita come un sistema aperto, in costante trasformazione, in cui ogni configurazione esiste solo temporaneamente. Il pubblico stesso contribuisce a questa dimensione del divenire: spostando le tele e alterando le relazioni tra gli elementi, i visitatori producono composizioni in continuo mutamento. L’opera cambia nel tempo, ma cambia anche attraverso il tempo dell’esperienza individuale. Anche il video introduce una temporalità fluida che attraversa lo spazio espositivo, mentre la presenza della sfera di vetro suggerisce una percezione instabile e relativa della realtà. Nulla appare definitivamente fissato: tutto sembra essere in uno stato di continua transizione. In questo senso, il tempo non è semplicemente un tema della mostra, ma una componente strutturale dell’opera stessa. La mostra esiste attraverso la sua continua trasformazione e attraverso il suo rapporto mutevole con chi la vive.
Tornando alla pittura, possiamo definire le scelte pittoriche dell’artista come un unicum per Haiti e, allargando ulteriormente la nostra prospettiva, anche a livello internazionale?
Le scelte pittoriche di Enock Placide si distinguono certamente per la loro forte originalità e per un approccio altamente personale, difficile da assimilare in un “movimento” specifico o in un linguaggio già codificato. Piuttosto che parlare di un “fenomeno unico” in senso assoluto, credo sia importante riconoscere la singolarità del suo percorso artistico e della sua visione. La sua pittura, infatti, riunisce elementi molto diversi: la dimensione cosmologica, la percezione sensoriale, la memoria, l’astrazione e la costruzione spaziale. Le tele non funzionano semplicemente come immagini autonome, ma come parti di un sistema più ampio, aperto alla trasformazione e al dialogo con lo spazio e il pubblico. Anche sulla scena internazionale, l’opera di Placide mantiene una posizione piuttosto autonoma. La sua pratica sviluppa una riflessione personale sul rapporto tra pittura, esperienza immersiva e dimensione relazionale dell’opera. È proprio questa libertà di linguaggio, unita alla capacità di tenere insieme dimensione poetica e costruzione concettuale, a rendere il suo lavoro particolarmente interessante nel contesto contemporaneo.
È possibile, tuttavia, collegarlo ad alcune pratiche pittoriche contemporanee già teorizzate?
È possibile individuare alcune affinità con pratiche contemporanee che concepiscono la pittura non più come un’immagine isolata, ma come un’esperienza spaziale, relazionale e immersiva. Tuttavia, credo che il lavoro di Enock Placide mantenga una forte autonomia ed eluda deliberatamente definizioni eccessivamente rigide o riferimenti univoci.
A cosa mira a introdurci il riferimento al micro-macro – relativo al mondo naturale e al legame tra percezione, cosmologia e immaginazione naturale?
Il riferimento al micro e al macro introduce innanzitutto una riflessione sul rapporto tra esseri umani, natura e dimensione cosmica. Nell’opera di Enock Placide, elementi apparentemente distanti (il minuscolo dettaglio e la vastità dell’universo) sono in costante dialogo, suggerendo una visione interconnessa della realtà. Il dipinto, la sfera di vetro e il video contribuiscono a costruire una percezione instabile e fluida dello spazio, in cui il visitatore è invitato a muoversi tra la dimensione sensoriale, l’immaginazione naturale e l’apertura cosmologica. Tuttavia, non si tratta di una rappresentazione scientifica del cosmo o della natura. Piuttosto, l’installazione cerca di evocare una condizione percettiva: la sensazione di appartenere a un sistema più ampio e in continua evoluzione in cui ogni elemento è in relazione con gli altri. In questo senso, il micro e il macro diventano anche una metafora della nostra esperienza contemporanea sospesa tra la dimensione individuale e l’orizzonte globale.
Durante l’inaugurazione si è parlato di forme simboliche e numerologia. Quale connessione possiamo trovare con la pratica artistica di Enock?
Nell’opera di Enock Placide, alcuni elementi geometrici e simbolici contribuiscono certamente a costruire una dimensione percettiva e relazionale dell’opera. Tuttavia, non credo sia necessario interpretarli attraverso rigide letture numerologiche. La configurazione aperta dell’installazione, la presenza di forme circolari, la struttura esagonale e la relazione tra gli elementi sembrano piuttosto suggerire un’idea di equilibrio dinamico, connessione e trasformazione continua. Piuttosto che trasmettere un sistema simbolico chiuso, l’opera costruisce uno spazio di risonanze e relazioni, in cui geometria, percezione e movimento contribuiscono a generare un’esperienza immersiva aperta all’interpretazione del pubblico. In questo senso, le forme assumono un valore poetico e percettivo ancor prima che strettamente simbolico.
Padiglione Haiti, Enock Placide. Yelena’s Garden, a cura di Mario Savini, 61a Biennale d’Arte di Venezia.
Palazzo Albrizzi – Capello Cannaregio 4118, Venezia,09.05-22.11.2026
Commissario: S.E. Gandy Thomas, Ambasciatore della Repubblica di Haiti in Italia e Rappresentante Permanente presso le Agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma
immagini: (cover 1-2) Enock Placide, «Yelena’s Garden», 2025 – 26, 61a Biennale d’Arte di Venezia, (dettaglio), (3) Enock Placide, «Yelena’s Garden», 2025 – 26, 61st Venice Art Biennale, panoramica d’installazione (dettaglio), dimensioni variabili
































