Alla Pelanda dell’ex Mattatoio, nell’ambito del Romaeuropa Festival, la prima nazionale di Muette è stata presentata, prima di tutto, come una ridefinizione spaziale e politica dello sguardo.
Lo spazio si manifesta denudato, spoglio prima ancora del corpo che lo abiterà, e la platea è collocata a una prossimità quasi clinica, così vicina da non avere dove nascondere lo sguardo.
Non c’è una scena a cui appoggiarsi. Tutto parte da un punto marginale, un angolo perimetrale che l’occhio deve andare a raggiungere, spostandosi dal centro al bordo con un movimento che impone una presa di posizione quasi inconscia. È lì che Boris Charmatz comincia a togliersi gli abiti, ed è da lì che prende avvio la partitura, un uomo maturo che si sveste di lato e attiva in chi guarda una precisa percezione della propria memoria corporea, quella di un castigo infantile. Ed è proprio questo gesto iniziale, consumato ai margini del campo visivo, a stabilire subito le coordinate di un lavoro su un’intimità vulnerabile ed esposta, ferita come può esserlo quella dell’infanzia, prima ancora che l’azione coreografica si formalizzi.
In Muette la voce non trova via d’uscita, infatti la dinamica si rovescia, la materia sonora resta dentro il corpo e implode. Per cinquanta minuti Charmatz rimane solo, attraversato da tensioni represse, nodi che si stringono e si sciolgono senza mai concedere lo sfogo di una catarsi. La bocca diventa il baricentro dell’intero assolo, non è più organo di fonazione ma una soglia, una membrana biologica che trattiene e riverbera sulla muscolatura ciò che resta indicibile. In questo tracciato si innesta un micro-evento di disarmante potenza: una bolla di saliva lasciata affiorare tra le labbra e trattenuta a lungo contro ogni impulso naturale.

Charmatz si muove con micrometrica e fragile cautela affinché l’attrito dell’aria non ne provochi la rottura. Quello che a un primo livello sembrerebbe un residuo infantile si trasforma in un dispositivo coreografico rigorosissimo, un vincolo organico infinitesimale che governa la biomeccanica dell’intero asse corporeo, subordinando la danza a una tensione fisiologica assoluta.
Il disegno luci di Yves Godin, privo di variazioni d’intensità o chiaroscuri, elimina qualsiasi cono d’ombra in cui ripararsi. Senza una scansione musicale a disciplinare la durata, la temporalità si dilata e si ancora al dato organico.
La fruizione slitta progressivamente dal piano ottico a quello acustico e aptico, manifestando una testimonianza che non si offre più soltanto alla vista, ma si percepisce attraverso l’udito e attraverso il corpo, come se ogni suono minimo raggiungesse la pelle di chi guarda sotto forma di vibrazione, attrito e contatto umido. Charmatz evoca una vera e propria «danza che tuona silenziosamente», richiamando il paradosso percettivo delle camere anecoiche, o delle stanze rivestite di feltro di Joseph Beuys: luoghi in cui, sottratto il suono dell’ambiente, i rumori fisiologici di chi vi entra si amplificano a dismisura. Nella sala della Pelanda accade lo stesso, azzerato l’artificio sonoro, la cassa di risonanza diventa l’architettura stessa, e il pubblico scopre il peso del proprio respiro e del proprio corpo che diventano a loro volta materia di quella voce muta.
È dentro questo dispositivo di risonanza che la violenza affiora nei suoi termini puramente organici, rifiutando ogni deriva illustrativa o didascalica. Ed è proprio passando attraverso la secrezione, l’umido, il sudore e la contrazione involontaria, che l’abuso risiede nella fatica di ciò che il corpo è costretto a registrare e reprimere. La matrice di questo silenzio affonda in una specifica contingenza creativa, durante la gestazione di Liberté Cathédrale (2023), confrontandosi con le testimonianze delle vittime di abusi nella Chiesa, Charmatz ha rilevato l’impossibilità etica di verbalizzare o drammatizzare quelle parole sulla scena. Da tale afasia scaturisce un silenzio politico e testimoniale, corrispondente al vuoto lasciato dalle voci cancellate dall’ascolto pubblico.
La tensione più radicale di Muette risiede infine nell’abolizione di qualsiasi distanza di sicurezza tra osservatore e osservato. La prossimità con il corpo nudo impone alla platea una responsabilità diretta, dove lo sguardo non è più neutrale testimone estetico, ma parte attiva di una frizione che interroga il confine dell’esposizione. Le urgenze del presente dai conflitti armati al collasso ecologico e alla fragilità delle democrazie agiscono sulla scena non come temi narrati, ma come pesi gravitazionali che la struttura scheletrica e muscolare deve farsi carico di sostenere. Proprio così Muette si distanzia da ogni logica consolatoria.

Trattenendo il grido entro i confini della cavità orale, Charmatz costringe la sala a condividere una condizione di disagio e apnea sensoriale. Un assolo rigoroso e spietato, capace di trasformare il silenzio da assenza a sostanza d’urto, i cui effetti continuano a riverberare ben oltre l’estinzione dell’azione performativa.
Boris Charmatz | Terrain, Mouette, Mattatoio di Roma, Romaeuropa Festival 2026, 02-04.10.2026
immagini: (cover – 1-3) Boris Charmatz, «Muette», Romaeuropa Festival 2026, foto: Laurent PHILIPPE (2-4) Boris Charmatz, «Muette», Romaeuropa Festival 2026, foto: César Vayssié































