Une intervention des artistes peut-elle poétiser et humaniser la science et la technologie? L’art peut-il s’étendre et s’enrichir grâce aux commentaires “imaginaires” des techniques nouvelles par les artistes, ou grâce à l’usage que ceux-ci en font? Enfin le public peut-il, veut-il assumer une participation active dans le processus de la création, qui est étroitement lié, rappelons-le, aux changements que connaissent la culture, l’art, la science, la technologie et par conséquent la société elle-même?
(Frank Popper, Introduction, in Electra. L’électricité et l’électronique dans l’art au XX° siècle, catalogo della mostra, Paris 1983-1984)
«L’opera d’arte è per sua natura “interattiva” in quanto comporta sempre una relazione che si stabilisce tra artista, opera e spettatore; l’opera è sempre un rapporto e crea rapporti». Così scrivevo in un libretto di dispense universitarie degli Anni Novanta dedicato alle modalità con cui gli artisti sperimentavano le nuove tecnologie elettroniche e digitali; mi riferivo in particolare all’analisi delle installazioni di arte interattiva che stavano diventando un paradigma estetico fondamentale. Stimolati dalle potenzialità del video e del computer, gli artisti articolavano la tendenza a fare dello spettatore non più un osservatore passivo, ma un partecipante attivo coinvolto a realizzare, completare o modificare l’opera. Lo spettatore deve essere “coautore”, si diceva in riferimento a un inedito dialogo tra uomo e macchina intorno al quale si moltiplicavano all’epoca invenzioni, definizioni, elementi simbolici e procedimenti. Gli artisti alimentavano l’immaginazione – la propria e quella del pubblico partecipe – attraverso prove, appropriazioni, hackeraggi e sperimentazioni sul segnale, sui pixel, sui sensori, sul rapporto con il medium, in un momento in cui la tecnologia informatica non era ancora una presenza pervasiva come lo è oggi.
Oggi l’idea di interattività va pensata in una dimensione completamente diversa e la mia citazione costituisce un incipit “archeologico” rispetto ai cambiamenti di concetti, procedimenti, intenti ed aspettative portati dalle tecnologie emergenti. Esistono diversi tipi di interattività che articolano diversamente l’azione dell’utente (gesto, movimento, percorso, tocco) e la risposta dell’opera modificata in base al sistema di sensori, software e algoritmi. Su queste tematiche interviene lucidamente il lavoro di Chiara Passa nella mostra The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space, al Mattatoio di Roma, curata da Paola Lagonigro e Laura Leuzzi. Una mostra di notevole spessore nel percorso di un’artista che può essere considerata una pioniera italiana della media art, attiva sin dalla fine degli Anni Novanta e impegnata sui rapporti tra architettura e realtà virtuale. L’esposizione presenta quattro diverse modalità di interazione – Yellow Film, Black & White Film, Blue Film, Red Film- determinate dalle scelte del pubblico e dai dispositivi dell’Intelligenza Artificiale, mettendo in scena un cortocircuito visivo di forte impatto: l’incontro tra l’archeologia industriale del Mattatoio e la fluidità dell’astrazione algoritmica contemporanea. Il titolo della mostra evoca il cinema, ma Chiara Passa scardina la logica della sequenzialità e della storia tradizionale per proporre un’esperienza d’attraversamento visivo e spaziale invece di un racconto; così come gli spazi industriali e monumentali del Teatro 2 della Pelanda cessano di essere un semplice contenitore per diventare parte integrante dell’opera.
Come sintetizzano le curatrici nel comunicato stampa:
Ciascuno dei quattro film presenta una diversa modalità di interazione per il pubblico: Yellow Film offre un remix narrativo attraverso trenta buste interattive a ritmo di una colonna sonora elettronica di suspense. Black & White Film consente una manipolazione narrativa attraverso trenta oggetti scultorei e sequenze al ritmo di un tecno-minimalismo sonoro. Blue Film consente un’interazione tramite un prompt AI ed effetti sonori remixati che guidano un’esperienza dinamica e mutevole. Red Film propone un prompt AI e interazioni sonore e cromatiche che reindirizzano continuamente il flusso narrativo. The Abstract Films compongono un ecosistema immersivo e partecipativo in cui l’architettura si espande, si riflette e si dissolve in astrazioni digitali. Il pubblico diventa parte di una nuova cartografia emotiva, dove memoria urbana, archeologia industriale e sistemi digitali coesistono nello stesso spazio.
Dunque le modalità di interazione dei quattro film passano dagli oggetti scultorei tattili ai prompt e ai remix sonori; il fare degli spettatori ridetermina continuamente il flusso dell’opera e l’algoritmo non è solo un generatore di immagini, ma un dispositivo reattivo al servizio dell’astrazione. Il pubblico partecipa a una vera e propria performance che si compie attraverso un’azione dal vivo eseguita insieme dall’artista, dagli spettatori e dai congegni informatici propri dell’intelligenza artificiale: l’opera vive in questa dimensione relazionale in cui determinati comportamenti e gesti modificano la distanza tra il creatore e il prodotto e tra umano e macchina. In questo processo Chiara Passa utilizza non solo l’immaterialità degli algoritmi ma anche elementi concreti e tattili come l’esperienza corporea degli spettatori e come le buste di carta e le piccole sculture, configurate come solidi geometrici secondo le istruzioni che l’artista ha fornito all’AI. C’è insomma in questi lavori la presenza evidente della fisicità dell’oggetto come a suggerire il permanere del protagonismo della materia, del corpo e del gesto accanto all’infrastruttura immateriale fornita da programmi e calcoli. Le buste di carta, in particolare, rimandano a una comunicazione postale che è ormai fuori dall’esperienza comune e si possono leggere forse come un’allusione a un senso del tempo e a modalità di scambio ormai desueti, ma che assumono un certo fascino in una performance algoritmica, anche per contrasto: quasi un ulteriore riferimento al rapporto tra le tecnologie emergenti e l’archeologia industriale del Mattatoio.
Nel catalogo Paola Lagonigro, Laura Leuzzi e Darko Fritz esaminano con grande attenzione critica e da vari punti di vista il lavoro artistico di Chiara Passa, analizzando il percorso formativo dagli Anni Novanta in poi, le radici culturali, il sapere tecnico e le articolazioni filosofiche del linguaggio dell’artista. L’intelligenza artificiale è considerata un elemento portante di questo lavoro; è la componente strutturale che partecipa alla performance interagendo e facendo interagire tra loro oggetti, suoni e spettatori — non solo quelli che agiscono direttamente, ma anche quelli che apparentemente guardano e basta, ma che in realtà partecipano con la loro presenza nello spazio e nel tempo.
La mostra pertanto ha per i visitatori il significato di un’esperienza intrigante a livello fisico e concettuale, oltre che ludico e manipolatorio; configura un percorso e una verifica soprattutto della capacità relazionale che il connubio tra arte e informatica può determinare. Ne rimane traccia e resoconto nei testi e anche nelle immagini del catalogo: le fotografie degli schermi, i tavoli con gli oggetti, il backstage. Visioni cui si potrebbero aggiungere le foto scattate all’inaugurazione e postate sui social, che mostrano l’assieparsi e la gestualità di varie persone e danno la sensazione di quella connessione diretta tra uomo e macchina, tra spettatori e dispositivi, che mi sembra sia il senso ultimo della mostra e del catalogo.
La relazione dunque è il nucleo fondamentale di queste opere, ma una relazione estremamente complessa che in ultima analisi riconduce a «un’ecologia computazionale in cui filosofia, software, architettura e intelligenza artificiale convergono in una forma di poesia generativa interattiva», come scrive Passa nel suo fondamentale saggio Addestrare la macchina: dal codice alla narrazione generativa, un testo di grande lucidità che integra gli altri contributi nel catalogo, contribuendo anche a mettere a fuoco il particolare linguaggio critico con cui oggi si legge quest’arte tecnologica. Perché negli scritti su The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space si introducono nella canonica terminologia della critica varie parole che rimandano alle nuove tecnologie emergenti e dominanti; non solo gli ormai acquisiti video, installazione, digitale, interattivo, virtuale, ma anche lemmi come realtà aumentata, logica computazionale, prompting, bias, black box, modelli e algoritmi. Un linguaggio irto di termini tecnici che anche io non posso non utilizzare scrivendo queste note; riflettere su questa mostra è stato per me una specie di sfida a comprendere quella che si definisce come cultura tecnologica dell’intelligenza artificiale, cioè un insieme inestricabile di competenze, visioni, aspettative e componenti che oggi hanno rivoluzionato le radici storiche del legame arte/tecnologia (o arte/macchina) e hanno assunto una presenza condizionante legata indissolubilmente ai cambiamenti nel nostro modo di guardare, sentire, ascoltare, pensare ed esprimere.
La complessità di questa mostra, anche a livello teorico, mi ha fatto dunque imparare qualcosa in più sulle dinamiche del nostro inquieto e problematico tempo presente; ho inteso il messaggio dei film di Chiara Passa come una riproposizione indiretta ma sensibile non solo e non tanto del rapporto interattivo tra opera, artista e spettatore, ma di quello più profondo tra arte e tecnologie digitali, nelle loro varie articolazioni. Tutto questo mi ha riportato alla mente un discorso che mi aveva appassionato tra la fine degli Anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, cioè l’ipotesi di “umanizzare la tecnologia” attraverso l’arte, come scriveva Frank Popper nel saggio del 1983 che ho citato nell’esergo di queste mie note. Per Frank Popper, l’artista è colui che trasforma la macchina da strumento freddo a metodo di partecipazione e consapevolezza critica; le sue sollecitazioni miravano a sottrarre i dispositivi e i codici digitali al loro scopo puramente utilitaristico, industriale o di controllo, per restituirli alla dimensione della sensibilità, dell’immaginario, del corpo e della relazione sociale.
Un’idea, anzi una domanda, che era presente nelle dichiarazioni e negli intenti di tanti artisti (per esempio Wolf Vostell, Nam June Paik, Fabrizio Plessi, Bill Viola) e che poi è stata riassorbita nella logica implacabile del sistema come il vezzo di un’impraticabile utopia. Ma mi viene da chiedere se proprio la pervasività dell’intelligenza artificiale — in un orizzonte ben più ampio del campo artistico — non debba riproporre questa arcaica domanda sull’umanizzazione della tecnologia attraverso l’arte in termini più specifici e problematici. Perché va notato che, come ho accennato, l’IA è considerata un elemento portante di questo lavoro di Chiara Passa, ma nei testi e nelle immagini che l’accompagnano ci si tiene alla larga dal dibattito ideologico, etico e politico in corso proprio sull’intelligenza artificiale. Anche nel testo di Passa, Addestrare la macchina: dal codice alla narrazione generativa, viene mostrato un addestramento sofisticato e brillante sul piano formale, ma evitando il confronto con i codici tradizionali dell’empatia e del sentire, così come con questioni scottanti della cultura tecnologica quali i modi dell’addestramento stesso, l’impatto sociale, i costi e l’ideologia.
Principi e sfide, costi e finalità, bias e modelli sono implicitamente e inevitabilmente parte di questa mostra affascinante in cui risalta da un lato il ruolo degli algoritmi come strumento e interlocutore di creazione artistica, e dall’altro il ruolo dell’umano come variabile e sorgente di input (un gesto, una parola, una presenza) entro un flusso di calcolo. Ma penso che si dovrebbe andare più a fondo, anche ripartendo proprio dal lavoro di Chiara Passa. Il linguaggio informatico non è un mezzo espressivo neutrale e anche l’arte non è semplicemente un linguaggio o un evento estetico e autoriale gestito da un sistema chiuso decontestualizzato dal presente politico e sociale. In modi diversi arte e macchine, dispositivi e algoritmi sono entrambi un prodotto culturale che incorpora e riflette i desideri e le contraddizioni della società — nel bene e nel male —. E come tali, ogni volta che i loro legami si ripropongono, devono essere profondamente e collettivamente ripensati.
CHIARA PASSA. The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space, a cura di Paola Lagonigro e Laura Leuzzi, De Luca Editore, Roma, catalogo realizzato in occasione dell’omonima mostra al Mattatoio di Roma (giugno-agosto 2026)
immagini (tutte): Chiara Passa. The Abstract Films. Sculpting Narratives in Space, panoramica di installazione, Mattatoio di Roma, foto: Monkeys Video Lab






































