Abbiamo intervistato C.I.R.C.E. – Centro Internazionale di Ricerca per le Convivialità Elettriche, sul laboratorio e intervento di Pedagogia Hacker che si è tenuto nell’ambito del Festival della Peste (Milano), sabato 8 novembre 2025, presso la Fondazione Il Lazzaretto. Si può approcciare il Potere superando le definizioni gerarchiche e di controllo? Che scenari si generano se il Piacere svela nuove dimensioni di ascolto, trasformando l’ordine in vibrazione ed empatia? Queste le domande e i punti di partenza del laboratorio. Ne abbiamo discusso con loro a seguire l’evento, per confrontare intenzioni, risultati aspettati e prospettive per il futuro.
Elena Giulia Rossi: Il vostro intervento al Festival della Peste è inquadrato nella vostra pratica di pedagogia hacker rivolta a “modificare i comportamenti che promuovono automatismi e per questo riducono la libertà di scelta”. Potete raccontarci di come avete declinato questa pratica al Festival della Peste?
C.I.R.C.E.: Durante il laboratorio abbiamo provato a evidenziare il ruolo dei corpi, il potere che abbiamo o non abbiamo, e il piacere che ricaviamo o meno nelle interazioni digitali. Quando abbiamo a che fare con le piattaforme di massa ci siamo noi con i nostri corpi umani a diteggiare più o meno compulsivamente sui dispositivi con cui ci accompagniamo, quindi su corpi elettronici. Questi sistemi sono connessi fra loro in un groviglio globale costituito da centinaia di migliaia di chilometri di cavi sottomarini, l’ossatura della rete di Internet; milioni di apparati di rete deputati a indirizzare le nostre interazioni nei luoghi corretti (modem, router, switch, ripetitori, ecc.); enormi capannoni industriali presidiati da guardie armate, zeppi di calcolatori ronzanti accesi 24/7/365, ovvero i data center (centri elaborazioni dati) dove giacciono i nostri dati. E i dati dei social e delle piattaforme a cui accediamo costantemente. Vi sono i corpi dei milioni di lavoratori che fanno funzionare tutti questi sistemi, oltre ai corpi delle macchine connesse fra loro. Rendersi conto della complessità di tutto ciò significa fare un primo passo per riuscire a osservare le nostre abitudini, il nostro fare con le tecnologie, con uno sguardo strabico, di sbieco. Osservarci interagire. Uscire dai nostri automatismi, appunto, immaginando quel che succede in queste interazioni.
Qual è il pubblico a cui generalmente indirizzate il vostro lavoro?
Ci rivolgiamo a pubblici eterogenei. Nella prima formazione per chi fa formazione abbiamo elencato alcune categorie che ci contattano: i GGP (Gruppi Genitori Preoccupati – per i social, la perdizione dei pargoli); RS (Ricercator Scioccat dalle «nuove pratiche» USA: sequestri computer e dispositivi, sorveglianza, detenzione, rimpatrio se va bene); ASS (Attivist Sui Social, con tutte le contraddizioni implicite). A questi si aggiungono senz’altro insegnanti, persone con responsabilità educative, persone impegnate in progetti su fondi europei; cooperanti e associazioni del terzo settore che non si trovano a loro agio con i sistemi tecnologici dominanti.
Ci sono state risposte inaspettate dai partecipanti nel contesto del Festival della Peste?
Non ci sono state risposte. Del resto nemmeno noi abbiamo dato alcuna risposta. In compenso ci sono state molte domande, riflessioni, considerazioni, immaginazioni, sulle quali ci piace soffermarci. Siamo sulla stessa barca, su questo pianeta. I tecnobros, maschi tossici, miliardari sociopatici razzisti con velleità di conquiste planetarie vogliono vivere per sempre a spese di tutte le altre specie viventi. Stanno contribuendo a peggiorare le catastrofi in cui viviamo. Disgraziatamente, troppo spesso li stiamo aiutando ad accelerare le distruzioni, invece di invertire la rotta. Rimanere in queste turbolenze, affondare un poco in queste distopie, è un passo necessario per poter immaginare insieme come disertare la folle corsa verso il baratro. Ci piace fare esperienze in cui proviamo a costruire fiducia reciproca, in cui ogni persona ha il suo spazio e il suo tempo, uguale; spazi in cui non si dibatte ma si ascolta, si cerca di accogliere e trasformare. Ci sono meraviglie ancora da scoprire, molte altre già note da sperimentare. Il futuro non è scritto da nessuna parte.
Quali consigli potreste dare ai giovani (e non) per uscire da possibili automatismi?
Ricordiamoci che non dipende (solo) da noi. Non c’è modo di «usare bene» sistemi tossici come i social, o, peggio ancora, come le IA industriali attuali. Possiamo al limite mitigare, fare riduzione del danno. Sono tecnologie pensate per consumare quantità favolose di risorse, per essere gestite in maniera gerarchica e centralizzata da un pugno di decisori senza il minimo controllo democratico. Vanno semplicemente abbandonate, disertate, per fare altro.
Un’attivazione di autodifesa base: oltre a togliere dal furbofono (smartphone) tutte le notifiche audio, provate a sperimentare il bianco e nero. Schermi in bianco e nero, magari anche in modalità super risparmio energetico. Provate a osservare le vostre reazioni emotive durante una giornata con il telefono senza colori. Come vi sentite?
Quali sono i prossimi appuntamenti?
Abbiamo parecchie formazioni e laboratori in programma in giro per l’Europa, organizzati dalle realtà più diverse in base ai loro bisogni. Sul sito cerchiamo di dar notizia di formazioni aperte e altri appuntamenti. Più in generale, teniamo d’occhio dove saranno indicati appuntamenti di «riscaldamento» in vista del prossimo Hackmeeting. Nel frattempo ci teniamo all’erta con la selezione delle pillole di graffio.
C.I.R.C.E. è il Centro Internazionale di Ricerca per le Convivialità Elettriche, un gruppo di affinità sparpagliato in Europa. Attraverso lo studio, sviluppano e diffondono tecnologie conviviali, di liberazion e mutuo appoggio, persino in un mondo dominato da megamacchine tossiche: con formazioni, laboratori, libri, articoli. Davide e Carlo di C.I.R.C.E. hanno pubblicato con Eleuthera il saggio Pedagogia hacker.
































