Recentemente, Abe Pazos Solatie ha presentato al Festival della Peste di Milano (5-9 novembre 2025) un’installazione intitolata The Resonating Ink of Our Words, un dispositivo con due microfoni che accoglie narrazioni personali dei partecipanti poi trasformate in arte visiva. La voce umana è esplorata nelle sue sue caratteristiche sonore uniche… che un software scritto dall’artista converte in complessi motivi e trame tracciati da un plotter a penna su carta, creando un grande disegno collettivo. Abe Pazos Solatie ci racconta come.
Elena Giulia Rossi: Puoi parlarci del lavoro che hai presentato al Festival nel contesto più ampio della tua ricerca sulle regole algoritmiche e sul rumore?
Abe Pazos Solatie: Il lavoro che ho presentato al Festival comprendeva due parti: nella prima ho invitato i visitatori a partecipare lasciando due brevi registrazioni della loro voce: una relativa al Potere e l’altra al Piacere. La seconda parte convertiva le voci registrate in disegni basati su linee che venivano tracciati su carta utilizzando un plotter a penna.
Nel mio lavoro utilizzo sempre codici informatici e numeri. Questi numeri possono essere generati dal codice, a volte in modo casuale, altre volte da funzioni matematiche (ad esempio, le funzioni seno e coseno). Ci sono anche molte altre funzioni che si possono utilizzare a fini creativi, ad esempio la funzione Perlin Noise creata dal matematico Ken Perlin per il film Tron all’inizio degli anni ’80.
Nel lavoro che ho presentato al Festival ho cercato di evitare l’uso di numeri generati da funzioni matematiche, utilizzando invece solo numeri provenienti dall’analisi delle registrazioni vocali. Per me era importante che se una persona parlava al microfono usando lo stesso tono e lo stesso tempo (cosa probabilmente impossibile da ottenere, ma questo è un altro discorso), si producesse di nuovo lo stesso disegno. Mi sono concentrato solo sull’aspetto della scrittura delle “regole”, evitando la casualità.
L’ho fatto perché volevo vedere se, guardando i disegni risultanti, fosse possibile distinguere se c’era una differenza nel modo in cui le persone parlavano dei due argomenti del Festival.
La tua ricerca spesso coinvolge la traduzione, come in Ink Waves Decoded, dove i gesti del disegno vengono tradotti dall’analogico al codice e viceversa. Cosa ti hanno insegnato queste transizioni tra gesto e codice sulla logica del codice, ma anche sulla logica che “regola” i gesti del disegno?
È una domanda interessante. Penso di non poter dire che esista una logica universale che regola i gesti durante il disegno, perché ogni persona ha un insieme diverso di regole non dette. Lo vedo quando guardo l’arte di altre persone: posso vedere composizioni che infrangono completamente le mie regole. Oppure, a volte, corrispondono al mio modo di disegnare. Entrambe le cose sono piacevoli. Il primo caso può insegnarmi qualcosa di nuovo, il secondo mi fa sentire bene, come quando qualcuno è d’accordo con quello che dici e ti senti in sintonia con lui.
Per quanto riguarda il passaggio dal codice al disegno, non trovo che il semplice codice informatico sia ottimo per descrivere i disegni, ma mi piace la sfida, sia di osservare i disegni e cercare di pensare a regole che potrebbero produrre immagini simili, sia di inventare algoritmi per rendere più facile esprimere come le linee dovrebbero essere disposte su un foglio e come dovrebbero relazionarsi tra loro. È un po’ come inventare un linguaggio di programmazione per descrivere i disegni. Non è così complicato come potrebbe sembrare a chi non è un programmatore. Lo strumento che utilizzo dal 2020 (OPENRNDR) ha reso più facile e divertente sperimentare queste idee.
C’è qualcosa che collega The Resonating Ink of our Words con Ink Waves Decoded, anche se quest’ultimo si concentra sulle qualità espressive della voce umana?
Un collegamento ovvio è che entrambi condividono lo stesso mezzo: un plotter a penna, una penna, inchiostro e codice informatico. Questo comporta un processo e dei vincoli comuni. In entrambi i casi ho cercato di imparare qualcosa sui mezzi esistenti: in un caso, i disegni esistenti, nell’altro, le registrazioni della voce umana. Una differenza importante, tuttavia, è che il primo non era legato al tempo (perché ho osservato i disegni finiti invece del processo di disegno), mentre il tempo è una componente essenziale nelle registrazioni sonore.
Quali erano le tue aspettative quando hai presentato questo progetto al festival e qual è stato il risultato a posteriori?
Più che aspettative, speravo che le persone partecipassero e fossero interessate al progetto e che la parte tecnica, piuttosto complessa, funzionasse bene. Il risultato mi ha sorpreso. Sono state realizzate quasi duecento registrazioni su carta, creando tre disegni collaborativi lunghi in totale quasi quattro metri. Ma ciò che mi è piaciuto di più è stata la curiosità dimostrata dalla maggior parte delle persone. Non me lo aspettavo, e il pubblico milanese al Festival della Peste è stato davvero fantastico. Hanno fatto molte domande e hanno trascorso molto tempo osservando il disegno del plotter a penna, tornando spesso in un secondo momento per studiare come la loro voce fosse stata convertita in quelle forme curiose e strane, e confrontandole con altre forme.
Abe Pazos Solatie è un artista berlinese che esplora entità digitali che possono essere percepite come organiche o viventi, scrivendo codice per generare immagini statiche, in movimento o interattive. Le sue opere assumono la forma di stampe, performance dal vivo e installazioni interattive, accomunate dal desiderio di comprendere noi stessi ricreando ambienti artificiali che sembrano familiari ma non sono del tutto riconoscibili. Ispirato dalla natura, combina matematica, casualità e geometria, esponendo e esibendosi a livello internazionale. Autodidatta, ha iniziato a sperimentare la computer grafica in giovane età. È membro attivo della comunità Creative Coding e responsabile della manutenzione di OPENRNDR.






























