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Home Exhibitions

Abitare la distanza. Alì Assaf in mostra al MLAC

Francesca Russo by Francesca Russo
20/05/2026
in Exhibitions, Focus

La mostra antologica Alì Assaf. Opere 1973-2011, ospitata dal Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Sapienza Università di Roma fino al 29 maggio, costituisce la prima ricognizione complessiva dedicata all’artista Alì Assaf (Bassora, 1950).

La retrospettiva, curata da Arianna Desideri, non si limita a ripercorrere cronologicamente la carriera di Assaf tra il 1973, anno del suo arrivo a Roma per studiare all’Accademia di Belle Arti, e il 2011, quando partecipa alla 54ª Biennale di Venezia come artista e Commissario del Padiglione Iraq. Piuttosto, attraverso una selezione di opere rappresentative, viene restituita la complessità di una ricerca in cui autobiografia, diaspora e sperimentazione formale si intrecciano continuamente.

Il percorso enfatizza la “postmedialità” che caratterizza la produzione artistica di Assaf, esplorando la convergenza di supporti diversi. In questo senso, l’autoritratto, che ricorre puntualmente nella mostra, diventa un punto d’osservazione privilegiato per osservare il libero attraversamento dei media. Partendo dai primi autoritratti pittorici negli anni Settanta, fase di formazione e di assimilazione dei linguaggi visivi europei, passando per l’emulsione fotografica gigante di Sono ancora vivo (1991), fino alle performance degli anni Novanta, per approdare alla videoinstallazione Narciso (2010), l’autoritratto diventa così uno spazio di negoziazione tra sistemi visivi differenti e sede di una costruzione identitaria complessa.

L’assenza connota invece l’opera I miei vicini (1982), una serie fotografica che documenta il balcone dei vicini di casa dell’artista per tutto il mese di maggio 1981, senza mai mostrare direttamente chi vi abita, lasciando che siano i panni stesi e le variazioni del quotidiano a restituire la presenza invisibile dei corpi. Lo sguardo apparentemente voyeuristico rivela invece, a ogni scatto, un desiderio di contatto e  un’inevitabile distanza; racconta la condizione di chi abita un luogo cercando di stabilire un legame con esso, pur rimanendo in una posizione laterale, di osservazione e parziale estraneità. Ma è anche uno sguardo che appartiene a San Lorenzo, il quartiere dove Ali Assaf vive e lavora stabilmente dalla metà degli anni Settanta. Non uno sfondo neutro, ma un luogo fortemente identitario, popolare, universitario, politicamente connotato, attraversato da memorie collettive, pratiche di vicinato e stratificazioni urbane e sociali che spingono alla relazione. I miei vicini riflette un’esperienza profondamente locale, radicata nella vita quotidiana di San Lorenzo, ma assume una portata universale in una dinamica sincretica. La diaspora non appare qui come evento traumatico, ma come esperienza minuta e ordinaria, fatta di un’intensa vicinanza.

Nel caso di Assaf, però, questa condizione non resta confinata alla sfera intima o quotidiana. La migrazione, avvenuta inizialmente per motivi di formazione e poi confermata da esigenze politiche, si intreccia profondamente agli sviluppi della storia irachena.  All’indomani della presa di potere di Saddam Hussein, Assaf diventa rappresentante in Italia di una rete di opposizione culturale e politica, con cui collabora attivamente a diverse iniziative. Infatti, la carica militante di Assaf emerge anche nella sua attività curatoriale, denunciando nel 1989 l’invisibilità delle soggettività migranti nel sistema artistico nazionale e il problema della mancata rappresentazione degli artisti extra-occidentali. Intento riaffermato, in occasione della Biennale del 2011, con la volontà di offrire alla scena contemporanea irachena un palcoscenico internazionale dopo ben 35 anni di assenza dall’evento.

La Guerra del Golfo e l’impossibilità di mantenere contatti con la famiglia in Iraq intensificano il tema dell’esilio e dello sradicamento nella produzione degli anni Novanta, ma mai in maniera tragica.

In Io e loro sotto il primo cielo (1991), undici tappeti persiani fanno da sfondo ad un’installazione fotografica che ricostruisce l’albero genealogico dell’artista, a sua volta inserito in un clipeo decentrato rispetto alla composizione. Il tema della distanza sembra declinato nella sua dimensione familiare e culturale, ma, ironicamente, i tappeti provengono da Porta Portese e la discendenza rappresentata è fittizia, fatta di stampe dal gusto simil-persiano, ritratti antichi e materiali visivi recuperati da riviste o mercatini.

La stessa ironia e lo stesso rapporto ambiguo tra realtà e finzione ritornano nella serie Saluti da Baghdad (2003). Sullo sfondo compare l’immagine, ormai iconica, dei soldati statunitensi intenti ad abbattere la statua di Saddam Hussein; all’interno di questo scenario storico e mediatico, l’artista innesta però figure di amici e conoscenti italiani, attribuendo loro identità e biografie immaginarie a tratti quasi comiche. Il formato dell’opera riproduce uno schermo televisivo mostrando l’Iraq non come luogo direttamente accessibile, ma come immagine mediata, ricostruita e attraversata da proiezioni personali e collettive.

L’esperienza diasporica è generalmente segnata da una mitologia condivisa fondata sul ritorno, ma, in questo caso, il ritorno a Bassora, rimandato fino al 2008, non produce alcuna riconciliazione. Al contrario, si configura come uno scontro brutale con una città ormai irriconoscibile. In Al Basrah, the Venice of East (2010), la memoria della città natale si confronta con il degrado e la distruzione del presente. Bassora, un tempo evocata come “Venezia d’Oriente”, appare segnata da rifiuti, scarti, trasformazioni ambientali e sociali. L’allestimento originale dell’opera in occasione della Biennale di Venezia del 2011 prevedeva una piramide di datteri posta al centro della sala, di cui un lato era avvelenato, sottolineando la contaminazione ambientale dovuta agli effetti devastanti della guerra. Il ritorno non restituisce un’origine intatta, ma conferma una frattura tra memoria e realtà.

 Ecco risuonare i versi di Konstantinos Kavafis che Assaf aveva tradotto in calligrafia araba in Itaca (1997): “Itaca ti ha dato il bel viaggio; senza di lei, mai ti saresti messo sulla via. Nulla di più ha da darti. E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso”. Itaca non è più il luogo in cui ricomporsi, ma ciò che ha reso possibile il viaggio, il dislocamento, che non è una parentesi tra partenza e ritorno, ma una condizione permanente.

Il merito principale della mostra è quello di non presentare Assaf solo come figura testimoniale, migrante, esule o rappresentante di una cultura “altra”, ma come autore capace di elaborare un linguaggio complesso e politicamente consapevole. La sua opera dimostra che la diaspora non è un tema da rappresentare, bensì una postura critica: un modo di guardare il mondo da una prospettiva decentrata, capace di mettere in crisi le narrazioni dominanti, gli assolutismi identitari e le genealogie artistiche troppo lineari.

La mostra inaugura inoltre una nuova linea di ricerca del museo universitario della Sapienza, sotto la direzione di Francesca Gallo, orientata verso gli orizzonti critici postcoloniali. Questo dato non è secondario: Assaf è un artista attivo a Roma da oltre cinquant’anni, inserito nella scena artistica italiana e internazionale, ma a lungo rimasto ai margini di una piena sistematizzazione museale. La mostra, dunque, non è soltanto un’operazione retrospettiva, ma anche un ri-percorso antologico che, attraverso la scelta di inserire alcune opere mai o poco esposte, fornisce loro l’opportunità di essere fotografate e sistematizzate, nonché di riacquisire nuova vita. Attraverso Ali Assaf. Opere 1973-2011, il MLAC fa luce sulle presenze diasporiche a Roma, mettendoci di fronte alla nostra condizione di abitanti di spazi transnazionali.

Abitare la distanza. Alì Assaf, Opere, 1973 – 2011, a cura di Arianna Desideri
MLAC- Museo Laboratorio, Università La Sapienza, Roma
, 21.04-29.05.2026

Immagini: (cover 1) Alì Assaf, «Io e loro sotto il primo cielo», 1991, riproduzione fotografica dell’installazione a Sala 1, foto: Gabriele Pallai  (2) Alì Assaf, «I miei vicini», 1981, fotografie con bronzo su tavola, foto: Gabriele (3) Alì Assaf, «Saluti da Baghdad: Abbas», 2003, stampa fotografica montata su forex, foto: Gabriele Pallai (4) Alì Assaf, «Al Basrah, the Venice of East», 2010, stampa fotografica, foto: Gabriele Pallai (5) Alì Assaf, «Itaca», 1997, acrilico su tela, foto: Gabriele Pallai

 

Tags: Alì AssafarsarshakecolonialismmostraMuseo Laboratorio di Arte Contemporaneapost-colonialismretrospettivaRomaSapienza Universitàsolo show
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