“Marco Emmanuele. L’ignoto barlume Enosigèo” è una nota testuale a posteriori, redatta a seguito dello studio visit per indagare la poetica, il processo artistico e la produzione ultima dell’artista Marco Emmanuele (Catania 1986). “Noi siamo come prismi, non ci è dato vedere la luce bianca che scomposta, e non possiamo concepirla come sintesi dei raggi colorati che comunque vediamo, sebbene sia invece l’unità il dato originario, che ci è negato e che noi dobbiamo separare per poi connettere”. (G. Simmell, Saggi sul paesaggio, p. 29)
Redigendo il testo per Marco Emmanuele e la sua mostra Palmo Panorama, curata da Saverio Verini, si è inframezzato, tra me e la scrittura, il ricordo della condizione umana, scaturita dalla lettura che Simmel ha operato su I Paesaggi di Böcklin, ben esplicitata dal passaggio sopra riportato, riflesso di quell’esperienza estetica che implica distanza fisica e mentale, come terreno fertile per il sociologo e filosofo tedesco nello sviluppare riflessioni di ampia portata. Così si deduce che il paesaggio è distante per definizione, sicché si comprende per distante la tensione di lontano e vicino. E solo ciò che è sufficientemente lontano può trasmutare in paesaggio, e dipoi, avvicinarsi, come si manifesta nell’opera del nostro che compie l’operazione dell’avvicinamento del paesaggio, a cui pone una lente di ingrandimento, tanto da renderlo attraversabile.
Potremo perfettamente accostare il punto di partenza di Simmel a quello di Emmanuele, laddove il paesaggio non è affatto il già dato nell’immediatezza del mondo naturale; un frammento di natura, un ruscello o una collina non sono “paesaggio”, giacché il paesaggio non è natura che è, di contro, “infinita connessione delle cose”. Solo l’attività umana dell’individuo – che discerne e che collega – può trasformare la natura in paesaggio, allontanando quel principio costruttivista, tendente a dicotomizzare la realtà.
È errato separare il macro dal micro, il frammento dal tutto. Si deve piuttosto pensare che quegli stessi frammenti di natura per metamorfizzare in paesaggio, devono venir percepiti, da parziali, a una totalità, come emergenti rispetto alla somma delle parti e generanti una neonata e diversa unità. Bisogna operare secondo un processo mentale che ritaglia, dall’infinito susseguirsi di entità naturali, il paesaggio. Il soggetto riconosce un’unità che non è al di fuori e prima dell’atto percettivo.
Ciò è rilevante nella delimitazione di un confine che ha reciso i legami con il resto e che deriva il proprio significato come simbolo di quell’unità originaria.
Sotto lo sguardo umano, si sviluppa una proprietà inerente all’oggetto percepito che necessita della percezione soggettiva, per essere rimessa in moto, la Stimmung.
Per Simmel, proprio come nella ricerca dell’artista, il paesaggio è un’unita non imposta, né prestabilita ma nascente sincronicamente allo stesso vissuto; respira nello sguardo.
Si può, a seguito di tale premessa, far ritorno al titolo della personale Palmo Panorama, esaminando il periodo ed estrapolando il neologismo dell’artista “Palmo”, come prima persona singolare del verbo “palmare”, nel “senso” di poter tattilmente “palmare il panorama”, con la possibilità del poter apportare modifiche, in base a una relatività soggettiva della sua percezione.
Quello stesso gesto del “palmare”, nato da una delle accezioni primarie del termine, in funzione di aggettivo, come “della palma della mano”, è stato riportato sino alle strutture insite nella visione del panorama, costituito da un dialogo fittissimo tra i lavori esposti. Sul piano della pavimentazione emergono strati o zolle di terre sollevate e attraversate immaginativamente da un ruscello, in cui sgorgano sbrilluccichii, ignoti barlumi, pupille enosigèe.
In questa sensazione di galleggiamento, si apre la funzione del ricordo, una parentesi della fanciullezza che rimembra, attraverso l’effetto dell’acciaio, ottenuto a fusione aperta, non lavorando sull’oggetto finito ma sul calco, l’emulazione del gesto che si compie da bambini per costruire le piste delle biglie al mare.
Le sagome sono ottenute dai profili di poeti cari all’artista: Dario Bellezza, Jolanda Insana, Lucio Piccolo, Valentino Zeichen e Giorgio Caproni.
Nei cinque componimenti dei cinque poeti, il nostro ritrova l’importanza del materiale, della materia non formata e soggetta a fluttuazioni che, ininterrottamente, le conferiscono nuovi sensi, privandola della fissità di significati, fino a giungere al concetto di plasmabilità del panorama.
Emmanuele rammenta la poesia di Giorgio Caproni dedicata a Mario Ceroli, ove il mare stesso si converte in materiale da costruzione, quel mare che nella sua accezione di ignoto può plasmarsi nelle forme infinite e innocenti della nostra mente. Sorgono così dal fondale del paesaggio, profili di donna, in cui il seno si sostituisce alla forma ideale del vulcano. La forza di creazione rigeneratrice muta in forza vitale. Se dovessimo citare il vulcano più vicino, per origini, all’artista, rimembreremo sicuramente l’Etna e le sue colate che, nei secoli, hanno ricoperto di lava il circostante, mettendo a nudo la stratificazione epocale.
Si giunge, così, a un secondo epicentro concettuale, il tempo geologico, insito nella poetica del nostro, tanto quanto all’interno dell’esposizione.
“Il tempo non esiste – afferma Emmanuele – nella forma lineare e assoluta con cui siamo abituati a pensarlo. La fisica contemporanea mostra che il tempo è una costruzione relazionale, legata ai processi e all’osservatore. Penso che il tempo non sia un contenitore di eventi, bensì ciò che resta quando gli eventi si guardano tra loro. In questo resto, il passato assume il peso che riteniamo più o meno prezioso.”
Il tempo incide anche sul processo creativo dell’artista che lavora il vetro “preso dal mare” per macinarlo e farlo diventare pittura, secondo un metodo che implica l’intenzionalità del ridurre il tempo. Eppure, il processo precedente l’arrivo del vetro al mare parla di un ciclo ininterrotto: il vetro, arrivato sulle rive e spinto dalle onde del mare, prima ancora ha vissuto la storia dell’oggetto che, pertanto, era già stato lavorato dall’uomo, per poi essere gettato in mare, esser levigato e riconsegnatoci indietro dalle correnti.
Inserendosi in tale flusso naturale, ordunque, lo interrompe e lo modifica, generando opere che, liberandosi dalla fissità di significati a priori, germinano nuovi sensi, seppur dettati da una consapevolezza che si muove tra i diversi linguaggi dell’ironia, della fanciullezza, della ricercatezza formale e materica che spazia dall’ambito pittorico a quello scultoreo, per la singolarità nel vitalizzare la luce nel corpo dei cristalli.
Marco Emmanuele. Palmo Panorama, a cura di Saverio Verini, Labs Contemporary Art, Bologna, 15.11.2025 – 10.01.2026. Potete scaricare qui la documentazione della mostra.
immagini: (tutte) Marco Emmanuele, Palmo Panorama, foto Eleonora Cerri Pecorella


































