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Marco Cadioli - The Whirlpool
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Home News Focus

Intervista | Enrico Pulsoni

Oggi, la seconda della serie di interviste Serving the Art Cube è con Enrico Pulsoni, artista poliedrico e intellettuale visionario.

Fabio Giagnacovo by Fabio Giagnacovo
09/11/2023
in Focus, Interview
Intervista |  Enrico Pulsoni
Secondo artista intervistato per la serie “Survive the Art Cube” è Enrico Pulsoni: personalità poliedrica e sfaccettata, romano d’adozione e marsicano con la testa dura di nascita, come disse, una volta, nel corso di un intervento per la presentazione di un libro d’arte. Ascoltare Enrico Pulsoni significa prepararsi a far vagare il pensiero in mirabolanti giravolte, rimbalzando da un lato all’altro del concetto in esame. Significa aprire un immenso bacino di esperienze e di conoscenze, filtrate da un atteggiamento critico limpido, concreto e senza falsi moralismi.

Fabio Giagnacovo: Filiberto Menna, nel 1985, scrive delle sue opere: «L’ambiguità di questa pittura, la sua polisemia, che continuamente sfugge a ogni possibile definizione in chiave iconica e aniconica e che sembra giocare con l’osservatore facendogli balenare dinanzi agli occhi, non senza un pizzico di humor, un qualche suggerimento più immediato e rassicurante, per dirottarlo, subito dopo, in luoghi privi di punti di riferimento e lasciarlo lì in una perturbante sospensione». La stessa ambiguità mi pare essere elemento importante anche dei suoi lavori successivi. Cosa significa, per un artista, essere ambiguo? Ed il contrario di ambiguità è forse banalità, per un’opera d’arte?

Enrico Pulsoni: Filiberto Menna, con il quale mi sono laureato con una Tesi sulla ricostruzione del Merzbau di Kurt Schwitters, aveva dedicato la sua attenzione a una serie di artisti, denominando il gruppo Astrazione povera. Nelle prime esposizioni da lui curate ero presente anche io, finché a un certo punto Filiberto mi disse testualmente «Enrico, tu sei troppo evocativo».   Ecco, a mio avviso, cosa egli intendesse con il sostantivo «ambiguità». Ambiguità è stare ai bordi, alla soglia, come il titolo di una di queste sue mostre. Cercare di non «calzare mai perfettamente un sistema». Vivere la vita e l’arte con quel minimo di distacco dal contesto che ti permette di dare sfogo alla tua creatività, in tutte le direzioni che ritieni necessarie. Non è certamente una posizione di comodo, perché il gallerista, il collezionista, vale a dire il mercato, richiede una collocazione precisa, in altri termini la tua cifra.

Mi ritrovo ancora molto in questo testo di quarant’anni fa. Ironia, attrazione e distacco sono maniere per dirottare visivamente lo spettatore e fanno parte integrante del mio lavoro. Cerco nell’immagine quella estraneità che genera nell’osservatore un momento di perplessità, qualcosa che dovrebbe assomigliare all’idea del perturbante. Non dimentichiamoci che la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta erano caratterizzati da posizionamenti, veri autodafè, catechismi per rispondere in pieno ai dettami di critici militanti e militari. È pur vero che nessuno può prescindere dal suo contesto, ma esserne troppo ossequienti, nell’immediato può portare vantaggi, ma il rischio è che, successivamente, ci si ritrovi troppo collocati.

 Il 30 marzo 2023 è andata in scena, al TeatroBasilica, la prima dell’opera plastico-musicale Mortis Humana Via in cui la sua Via Crucis in terracotta si relaziona ad una serie di gessi provenienti dall’illimitato progetto VOLTItraVOLTI, ed insieme, le sue opere, diventano scenografia ed ambiente concettuale dello spettacolo lirico che racconta le ultime ore della vita di Cristo. Il tema religioso, a differenza del più generico tema spirituale, che a ondate segue mode e stili di vita, è un tema particolarmente interessante nella contemporaneità. Se secoli fa era il tema artistico per eccellenza oggi è diventato quasi un tabù, così come i temi tabù di un tempo sono entrati nella nostra quotidianità. Che senso ha, allora, nel nostro presente – in cui la novità domina sull’essenza, un presente immerso nell’esasperazione individualista post-liberista, in cui il sacrificio si lega esclusivamente al materialismo del successo e le sue conseguenze, ansia e depressione su tutti, sono sempre più spesso assecondate con la magia, gli oroscopi o le pratiche meditative esotiche – lavorare su un tema come quello della cristianità?

Non faccio una distinzione sui temi, preferisco pensare a tematiche, da me chiamati cicli, che mi permettono di analizzare un’idea che mi intriga. Ma alla base di tutto vi è l’ossessione di avere un filo carsico che cucia, rammendi soggetti diversi e crei una trama che avvolge l’intero lavoro. Credo, in ogni caso, che il percorso di un artista sia da valutare a consuntivo e non a preventivo.

Mortis Humana Via esemplifica bene il mio procedere nel tempo e nei modi di mandare avanti l’opera.  Il momento iniziale nasce dalla richiesta dello storico d’arte Giuseppe Appella di realizzare i disegni delle quattordici stazioni della Via Crucis, in versione liturgica, con annesso un crocifisso in terracotta per la processione della Settimana Santa.

Successivamente ho sviluppato il tema mettendolo in relazione con la ricerca grafica sul tema dell’identità: i polisemantici VOLTItraVOLTI, che andavo realizzando da tempo.

Visivamente il risultato è un enorme anello, il mondo circolare, di VOLTItraVOLTI con al centro, a mo’ di diametro, le quattordici stazioni della Via Crucis.  La mia riflessione è che la vita di Gesù Cristo con la sua condanna, le sue cadute, le donne pietose, il cireneo, la spoliazione, la crocifissione, assomiglia a quanto succede a ciascuno di noi. Chi non si è mai trovato in situazioni analoghe? Ecco la ragione per cui ho inteso porre la Via Crucis come diametro nel cerchio-mondo di questa umanità di tanti volti che sovente sono travolti dal turbinio della vita.

A questo punto il lavoro non aveva più i requisiti liturgici della Via Crucis e per questa ragione l’ho denominata con Carlo, mio fratello, Mortis Humana Via, la «Via Umana della Morte».

Non parlo della realizzazione cartacea, ho sentito il bisogno di renderla plastica e ho rifatto le quattordici stazioni della Via Crucis in terracotta. Per i VOLTItraVOLTI mi è venuta in soccorso Orietta Rossi che li ha  modellati come medaglie. Ma a Mortis Humana Via mancava qualcosa: nella mia testa la visualizzavo come una presenza forte, muta protagonista ma in un contesto musicale.

Mio fratello Carlo ha scritto i testi delle quattordici stazione e tre giovanissimi compositori, Alessio Sorbelli, Desirè Bertolini e Carlo Genovesi, hanno accettato la sfida scrivendo la partitura, che prevede piano, violino, contrabbasso, soprano e tenore.

La definizione più attinente a Mortis Humana Via è un’opera plastico-musicale.

Il 30 marzo del 2023, come hai ricordato, Mortis Humana Via viene presentata nella sua forma integrale nel TeatroBasilica e negli spazi attigui di TRAleVOLTE. L’operazione, nel suo complesso, si presenta come un evento esperienziale: nella partitura registica di Giulia Randazzo lo spettatore ha modo di cogliere il senso esistenziale nel passaggio dall’orizzontale al verticale dell’opera presentata.

La metamorfosi appena descritta di Mortis Humana Via da opera plastica a esperienza spettacolo non mi è nuova perché una logica analoga era alla base di Sogni di spettri.  Sono personaggi in papier machè deprivati dal contesto, pirati colti ognuno nella propria posa instabile, in quella ossessione che un tempo li ha resi vivi e che ora li fissa in forme spettrali. Pian piano mi rendevo conto che essi mi imploravano che dessi loro voce. Gianmaria Nerli, riconoscendoli come esseri giunti dall’altrove, ne intuì il loro recondito messaggio e lo tradusse in parole.

Sei figure, ciascuna di esse depositaria di un segreto, portatrici di esperienze diverse e con un nome ed un carattere specifico: La Messaggera, che preferisce essere uno spettro senza sogni piuttosto che il sogno di uno spettro; Il Trafitto, che vive il dubbio di essere condannato a un ciclo empatico; L’Innesto, che, nella sua interna dualità, contrappone l’intestino desiderio che lo muove e lo rinnova; La Monocolamonogamba, che incessantemente ci martella battendo la lingua; Le Treteste, consapevoli che le città accumulano, stratificano, si insediano l’un l’altra, lasciando vedere la catena che le tiene unite; La Trampoliera, che si chiede se bisogna sparire prima ancora di abitare, o di essere abitati.

La consapevolezza che gli spettri non fossero più solo sculture ma figure che avevano qualcosa da narrarci, ha fatto sì che il lavoro prendesse anche una deriva di natura tecnica.

Come fare parlare codesti Spettri è stato il compito della regista Giulia Randazzo, che ha guidato una triade di attori, nelle rappresentazioni a Roma, Berna e Basilea. Due fasi caratterizzano la presentazione e la rappresentazione di Sogni di spettri: inizialmente i visitatori seguono un normale percorso espositivo poi, a un segnale visivo e a un’ora prestabilita, vengono radunati in uno spazio attiguo dove sono già presenti gli attori con maschere di cartapesta sulla nuca, elemento congiungente tra le statue parlanti e i corpi recitanti. Il pubblico, posto al centro del triangolo formato dagli attori, segue la recita e, come in una partita di tennis, sposta continuamente lo sguardo dall’uno all’altro.

I temi a me congeniali fanno riferimento alla natura umana, al senso della vita e alla latente e presente paura di esserne inadeguati: questa è la ragione per cui i temi di tendenza non hanno per me alcuna attrattiva.

 I suoi VOLTItraVOLTI, ritratti di volti tra altri volti e travolti, trovati nel suo girovagare cittadino e tradotti dal suo pensiero trasformativo, nascono da una pratica esclusivamente analogica e fanno pensare un pò a lei come una sorta di flaneur che scruta la folla di cui ne è parte per trattenerne dei segni. Nello spazio analogicodigitale è diventato estremamente comune (mai come oggi) auto-rappresentarsi, modificare i propri tratti, trasformarsi in un avatar di se stessi, filtrare qualunque stralcio di realtà fotografata non attraverso il proprio pensiero trasformativo ma attraverso i trend imposti da una comunità banalizzante e brandizzata sempre meno ancorata alla realtà quotidiana. Secondo lei cosa manca al digitale? E quant’è importante per un artista non farsi fagocitare da questo meccanismo?

VOLTItraVOLTI sono uno dei vari cicli. Mi preme precisare che in origine tendevo a privilegiare la capigliatura piuttosto che le fattezze del viso. Tant’è che l’idea era far perdere i lineamenti della figura, il perdere la faccia. Il momento decisivo fu quando ebbi l’illuminazione che la capigliatura è composta da chiome. Scissi la parola Chiome, leggendola come “Chi o Me” e mi fu chiaro che il mio intento era approfondire il problema dell’identità. Il crescente numero di disegni, migliaia e migliaia, mi ha dato modo di modificare “Chi o Me” nel polisemantico VOLTItraVOLTI.  Ecco il testo di accompagnamento:

I VOLTItraVOLTI sono nati come disegni, da una idea originale di Enrico Pulsoni, che usando esclusivamente la biro nera ne ha realizzati quasi mille su cartoncini di sette cm per nove. I disegni originali riposano fianco a fianco in uno speciale cofanetto, pressati uno sull’altro come sardine o come le voci in un mercato: il pretesto è che si possano avere sempre lì, come si dice, a portata di mano. Con queste parole presenta il suo cofanetto:

Non ho la patente, non l’ho mai avuta per questo sono andato sempre sui mezzi pubblici. Là sopra, uno dei miei passatempi preferiti da sempre è scoprire il dolore, la macerazione o la gioia o la malinconia che ciascuno si porta dentro.

VOLTItraVOLTI è mettere insieme impressioni di tanta gente in tanti anni

VOLTItraVOLTI è un liber mutus in forma di scatola.

VOLTItraVOLTI è un volto che tira un altro come le ciliege

VOLTItraVOLTI è un libro per chi non legge

VOLTItraVOLTI è un modo autorizzato di guardare le figure

VOLTItraVOLTI è un romanzo di facce travolte dalla vita

VOLTItraVOLTI è un ricostruire ciò che manca ai VOLTItraVOLTI.

Sono un viaggiatore, soprattutto per questioni lavorative, e mi restano impresse espressioni facciali, rughe particolari, tagli della bocca e degli occhi che poi ricompongo a memoria. Una sommatoria di varia ed avariata umanità che vado a riproporre nei formati diversi.

Al solito la produzione di VOLTItraVOLTI è diventata tante cose: Gianmaria Nerli ne ha scelti trentaquattro e su ciascuno ha scritto un racconto, nel contempo il musicista Bernardo Cinquetti ha composto otto canzoni su otto volti specifici. Ne è uscito un libro con le canzoni. Abbiamo realizzato diverse performance, simili a jam session, durante le quale Nerli leggeva in maniera travolta i suoi testi ed io disegnavo in diretta seguendo i ritmi della sua voce. A proposito di avatar molti mi dicono che i VOLTItraVOLTI sono tutti miei ritratti, ma è la storia di Flaubert quando afferma che ”Madame Bovary son io!”.

 Lei è architetto di formazione e artista di fatto, come si legge nella sua biografia, senza contare le sue diverse attività in ambito teatrale e chi ne ha più ne metta. Ha diversi saperi trasversali che fanno di lei quel che é. Oggi, ad eccezione, in parte, degli artisti, più la realtà si sta facendo fluida e frammentata, più si è alla ricerca di individui iper-specializzati. Non crede che questo stia trasformando terreni di floride sperimentazioni (non solo artistiche) in un arido deserto della superficialità?

Aver partecipato giovanissimo al Gruppo teatrale Altro mi ha dato subito l’imprinting del lavoro collettivo, del modo di relazionarsi con le più diverse figure. Nel gruppo tutto veniva realizzato dai componenti stessi. La logica era quella di costruire lo spazio della scena dove agire. Oggi l’accesso indiscriminato alla tecnologia fa credere che tutti possano fare tutto, incoraggiando e rafforzando l’autoreferenzialità, uno degli aspetti del narcisismo contemporaneo. Le nuove tecnologie e in particolare il digitale non mi hanno mai spaventato. Non sono un luddista, ma data la mia età mi stupisco ancora di quante specializzazioni siano sparite, per il fatto che queste tecnologie ti illudono di poter supplire a tanti mestieri. La sperimentazione per me è imprescindibile dal dialogo, che nasce solo dall’ incontro. Oltre ai precedenti di Mortis Humana Via e VOLTItraVOLTI, la mia bramosia di contatti e relazioni legate al fare artistico ha fatto sì che intraprendessi un lavoro editoriale, producendo una collana di libri d’artista in tiratura limitata, che ho battezzato Edizioni d’arte Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni. Queste edizioni le ho portate avanti per una decina di anni. Il nome criptico, alludeva al formato del foglio (centimetri 51 x 70), dal momento che tutti i libriccini sarebbero nati dal taglio e dalla piegatura di un foglio di queste dimensioni. Per tutte queste edizioni ho utilizzato le tecniche grafiche tradizionali, come la calcografia e la litografia.  Ciascun libro si presenta con un formato e un allestimento diverso dai precedenti. Questa operazione mi richiamava alla memoria il ballo Hully-Gully, poiché ogni volta diveniva crescente il numero dei co-autori da me invitati a prender parte alla kermesse artistico-culturale. I miei ospiti per un totale di trentasei persone – artisti, letterati, grafici e affini – dovevano esprimersi e a confrontarsi, nell’arena di cinquantuno per settanta centimetri, su un argomento specifico da me proposto. Il prodotto che ne scaturiva era una copertina con bandelle, un frontespizio/colophon, e pagine piegate e ripiegate in vario modo con l’intento di utilizzare interamente il foglio.

Con questa idea di fondo ho pubblicato nove libriccini:

ISOLE CON PRUNI: assolo litografico di Enrico Pulsoni in 29 copie cm. 17 x 12

DUETTODUELLO: disegni di Roberto Pace ed Enrico Pulsoni, incisione e litografia in 28 copie cm. 14,6 x 20,3

CAPRICCIO: disegni di Vittoria Chierici, Toni Romanelli ed Enrico Pulsoni, litografia in 45 copie cm. 24,7 x 13,5

QUATERNOCALLIGRAFICO: testi di Valerio Magrelli, Gianfranco Palmery, Jesper Svenbro e disegni di Enrico Pulsoni, litografia in 34 copie cm. 20,5 x 19,5

CINQUETTIO/Tra un Belvario ed un Fierario: disegni e testi di Lucilla Catania, Nancy Watkins, Manuela Giacobbi, Anna Onesti ed Enrico Pulsoni, litografia 30 copie cm. 25 x 15

ALISEI/Ventosi Pensieri: disegni e parole di Bruno Conte, Fulvio Ligi, Giuseppe Tabacco, Domenico Vuoto, Henrig Bedrossian ed Enrico Pulsoni, litografia in 35 copie cm. 33 x 10

COSETTE/Scene di Miserabili Paesaggi: testi di Pietro Tripodo e disegni di Achille Perilli, Tommaso Cascella, Antonio Capaccio, Bruno Magno, Paolo Laudisa ed Enrico Pulsoni, litografia in 34 copie cm. 21,3 x 21

OTTENTOTTO/Esosi Esotismi: testi di Marco Bucchieri, Francesco Dalessandro, Marco Papa e disegni di Paolo Cotani, Ettore Consolazione, Giancarlo Sciannella, Ettore Sordini ed Enrico Pulsoni, incisione su alluminio in 42 copie, cm. 24 x 17,5

NOVENA: testi di Marco Caporali, Luciano Di Giovanni, Donatella Giancaspero e disegni di Luigi Boille, Carlo Lorenzetti, Gianluca Murasecchi, Giulia Napoleone, Guido Strazza ed Enrico Pulsoni, incisione su rame in 38 copie cm. 41 x 9,5

Nei corsi sul Libro d’artista che ho tenuto negli anni seguenti mi sono basato sulla stessa logica sottesa a queste edizioni. Da lì è nata l’idea di pubblicare il manifesto-dispensa – con lo stesso formato – intitolato “Libro d’arte” / Appunti scritti a mano per libri da realizzare manualmente.

Ribadisco che la sperimentazione nasce e cresce dall’incontro e dal dialogo, ciò che mi permette di affermare che il mio lavoro non è che una riflessione sul “nostro stare nel mondo”, coglierne le problematiche e darne contezza in modo non ideologico. Per concludere mi piace evidenziare che da tempo sto facendo scansionare in 3d i miei 8 Mementi molli, grandi sculture in papier machè, in modo da farne dei modellini di pochi centimetri che chiamo soprammobili: per me ogni strumento analogico o digitale in una prospettiva di realizzazione artistica non è solo utile ma indispensabile!

Lei è stato docente di Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Macerata per diversi decenni. Che idea si è fatto di queste istituzioni negli anni? E i problemi occupazionali dei loro laureati (pardon, diplomati… lo stesso termine che si utilizza per le scuole secondarie di secondo grado) sono imputabili maggiormente ad esse o ai loro iscritti? Usciti dalle Accademie private è innegabile che sia molto più facile trovare lavoro, alla fine è solo una questione di soldi allora?

Partiamo dalla fine: le Accademie private si confrontano con un numero minore di studenti, se paragonate alle Accademie Statali, cosa che dà loro la possibilità di stringere rapporti con il mondo lavorativo molto più diretti. Questo servizio risulta, mi dicono e non stento a crederlo, essere il motore del successo delle Accademie private, e la ragione per cui possono richiedere alte rette.

Per quanto concerne l’Accademia Statale, penso che stia percorrendo lo stesso cammino dell’Università relativamente alla moltiplicazione dei corsi. Un approccio di natura anglosassone che mira ad una iperspecializzazione delle discipline. Rimango fedele alla formazione che ho ricevuto, il cui principio era partire dalla complessità per restringere, via via, il campo di studio. Altro limite dell’Accademia Statale è stata la mancanza, fino a pochissimo tempo fa, del “Dottorato di ricerca”, fondamentale opportunità per tracciare un chiaro percorso agli studenti più meritevoli nella carriera accademica. Considero la mia esperienza di docente in maniera positiva, a parte qualche problema relativo ai trasferimenti, avendo avuto modo di stabilire convenzioni e collaborazioni con Istituzioni, Enti e Fondazioni, sia del territorio che fuori. Inoltre il Progetto Erasmus è stata una occasione per contatti internazionali che hanno permesso interessanti scambi di metodologia didattica. Tutto ciò non sarebbe stato possibile se non avessi avuto colleghi collaborativi con i quali condividere esperienze in campi diversi. Con grande soddisfazione posso affermare che molti dei miei studenti si sono introdotti nell’ambiente, e stanno costruendo il loro futuro nell’ambito della scenografia teatrale e cinematografica, e anche nei diversi aspetti del mondo dell’arte. Di questo, sinceramente, ne sono veramente orgoglioso.

Enrico Pulsoni, architetto di formazione e artista di fatto, è stato titolare della Cattedra di Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata e coordinatore delle attività culturali della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna. Si forma con il gruppo teatrale Altro, espone in gallerie italiane ed estere, collabora con editori d’arte e riviste letterarie. Negli ultimi anni la sua produzione si è concentrata su alcuni cicli, tra i quali ricordiamo  innanzitutto le “Sette creazioni” e i “Sogni di spettri”, in collaborazione con Gianmaria Nerli e Stefano Sasso. La più recente esposizione “8 Mementi  Molli e altre narrazioni”, curata da Antonello Tolve, ha avuto luogo nella sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna (da Archivio Enrico Pulsoni)
Survive the Art Cube è una serie di conversazioni con artisti di diverse generazioni. Il titolo riprende il più famoso libro di Brian O’Doherty a volerne ricalcare il piglio critico. Ha il fine di comprendere meglio come questi artisti percepiscono lo spazio analogicodigitale in cui siamo immersi e la nostra contemporaneità, che senso e che importanza ha lo spazio artistico oggi e che senso ha nel nostro presente fare un percorso artistico. I tempi cupi impongono una riflessione sulla realtà e solo gli artisti, forse, possono aprirci la mente.

Immagini (cover – 1) Enrico Pulsoni, Illustrazione di Nikla Cetra (2) Enrico Pulsoni, VoltiTraVolti, 2009-2010, acrilico su carta, 70x50cm (3) Enrico Pulsoni, «VoltiTraVolti», 2006-2022, copia unica, 11x25x17cm (4) Enrico Pulsoni, «Messaggera (dalla serie Sogni di Spettri)», 2011-2015, tecnica mista su cartapesta, 125x60x50cm (5) Enrico, «Mortis Humana via al TeatroBasilica» (6) Enrico Pulsoni, Edizioni d’arte Cinquantunosettanta, 1991-2002 (7) Enrico Pulsoni, Illustrazione di Nikla Cetra

 

 

 

 

Tags: AcademyarchitecturearsarshakeartEnrico PulsoniFabio GiagnacovointerviewintervistapoetryscenographySurvive the Art Cube
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