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Carlo Zanni | intervista

by Elena Giulia Rossi
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Carlo Zanni è da sempre impegnato a ritrarre i paesaggi elettronici così come si delineano dai dati informatici e come si relazionano all’uomo e alla sua identità, anch’essa fluida e mutevole. Pittura, net art, fotografia, video e video-game, sono alcuni tra i molti strumenti messi in gioco per una ricerca favorevole a sperimentare tecniche, tecnologie e supporti, purché ciascuno di questi riveli il paesaggio da un’angolatura diversa. Con la pittura, per esempio, ha catturato frammenti del linguaggio iconico dell’universo informatico – come icone di desktop e loghi di software; con Internet ne ha invece colto quegli aspetti di fugacità e mutevolezza che ai mondi liquidi danno «forma» e «sostanza». Zanni ha recentemente lanciato il suo nuovo video Sandman (2013), alla Young Projects Gallery di Los Angeles, tutt’ora in vendita nella versione di multiplo che nel suo divenire oggettuale ha materializzato un metodo di fruizione diverso – che si aggiunge alla tradizionale proiezione.
In una conversazione via e-mail Carlo Zanni ci ha presentato questo suo nuovo lavoro, ci ha svelato alcuni aspetti salenti della sua ricerca poliedrica e alcune importanti affermazioni sul rapporto tra mondo digitale, sistema dell’arte e mercato. Prosegue così la discussione su acquisizione e conservazione di opere effimere, argomento caro a Zanni e da lui sollevato molto prima dei tempi, quando l’arte digitale compiva i suoi primi passi nel mondo istituzionale.
Da sempre hai coltivato il tuo interesse per il digitale senza mai abbandonare la pittura e la sperimentazione con materiali e supporti diversi. Come orbitano questi due mondi attorno al tuo lavoro oggi?

Come dici giustamente sono mondi che orbitano, ma con periodi irregolari. Non me ne curo più di tanto, lascio che esplorino se stessi tanto prima o poi ritornano perché fanno irrimediabilmente parte del mio DNA. Ma qui l’arte già non c’entra più. E’ più un discorso di sensibilità, di educazione. La mia ricerca artistica sta diventando sempre più rarefatta, impalpabile dal punto di vista oggettuale, economico ed espositivo ma allo stesso tempo sempre più pervasiva e ubiqua. Si scaglia contro la dittatura dell’oggetto, dello status symbol, del contesto, e degli estroversi, proponendo delle alternative.

Come è cambiato, se è cambiato, il tuo approccio al video da quando sei stato iniziatore di ciò che tu stesso hai definito «DATA Cinema»?

Purtroppo affrontare un progetto di «DATA Cinema», un video che in pratica si riedita continuamente grazie a un server trasformadosi in alcune sue parti, è estremamente dispendioso. Ci sono molte più possibilità adesso che nel 2005 – 2006 quando ho realizzato The Possible Ties Between Illness and Success. Ma i costi sono proibitivi almeno se considerati dal punto di vista di un’auto produzione. Questo è un limite personale, mentre idealmente ci sono stati molti sviluppi interessanti anche se non puramente nel campo artistico classico. Mi riferisco ad esempio ai Chromo Experiments.

Ci puoi raccontare come è nato il tuo ultimo video, The Sandman?

Stava per nascere Aligi, mio figlio e mi chiedevo come potergli far capire cosa avevo fatto finora, cosa stavo facendo. Ne è venuto fuori una specie di paradigma dell’artista digitale ma non solo. Credo che in molti possano immedesimarsi. L’ho girato con l’iPhone che ha il sensore che con poca luce sgrana molto e così stilisticamente si ricollega sia al titolo che alla polvere, allo sporco che si accumula sotto al mouse.

L’involucro che hai disegnato per contenere il video sembra essere diventano un tutt’uno con il video. Possiamo dire che, quando assieme all’involucro che lo contiene, si tratta di un artist book?

In un certo senso sì, ma andrei oltre. Ė come un romanzo che non si pone il problema delle copie limitate, al contrario ne auspica la vendita in migliaia (e poco importa dove lo compri). Ė come un romanzo che leggi e poi appoggi su un tavolo o su uno scaffale per poi riprenderlo successivamente. Il tempo di attesa tra l’idea di guardare un video e il guardarlo si annulla, come per un oggetto fisico. Soprattutto influisce sulla spazialità, perché favorisce una fruizione molto libera che non hai con una proiezione o un monitor.

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In quale formula lo hai presentato in occasione del suo lancio alla Young Projects Gallery di Los Angeles?

La galleria di Paul Young è un caso molto particolare. Il fondatore ė un esperto di cinema e video arte, egli stesso regista e autore, giornalista con migliaia di articoli scritti a proposito delle immagini in movimento e autore di Art Cinema. Non ė un caso che con la sua galleria tratti queste nuove forme d’arte con un approccio molto fluido e aperto. Nessuna presentazione particolare. Il video era così come lo vedi, e al suo interno ė presente anche la versione ad alta risoluzione che può essere estratta ed eventualmente video proiettata. Non era una mostra ma un evento di vendita di opere e stampe a bassissimo prezzo che prosegue tutt’ora. Ė la strada più interessante da percorrere secondo me per una galleria oggi. Soprattutto se vuole confrontarsi con video e new media. Le galleriemuseo con la loro corte dei miracoli sono come i partiti politici italiani. Cadaveri bolsi. Zombi pieni di botox. Si clonano a vicenda per tenersi in vita, sono tutte uguali, basta andare ad una qualsiasi fiera d’arte per rendersene conto. Queste nuove opere offrono una grande opportunità a tutti, dealers, curatori, artisti, pubblico. Bisogna però fare uno sforzo e provare ad uscire dai soliti schemi approvati e condivisi.

Quale è la tua idea di artist book e come si relaziona con la tua opera digitale? Con questo mi riferisco anche al precedente lavoro My Country is a Living Room.

Nello specifico My Country is a Living Room ė una poesia generativa che è possibile fruire in PayperView oppure in forma diversa tramite una pubblicazione on demand che contiene le traduzioni automatiche di Google Translate della prima poesia generata. Non ė stato pensato a priori come un artist book, ma ho cercato di utilizzare dei modelli che potessero servire al meglio questo tipo di progetto.

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Molti dei tuoi lavori passati, come la serie di Altar Boys, hanno sollevato accesissime discussioni relative all’acquisizione e alla conservazione di arti digitali. Come credi sia cambiato il mercato oggi?

E’ difficile da dirsi, ma credo che non esista un vero e proprio mercato per questo tipo di lavori. Non ancora. Anche per gli stessi video credo che i numeri siano piccolissimi e che sia ancora un discorso più culturale che economico. Dal mio punto di vista finora il modo di trattare la video arte non ne ha favorito la vendita. Non è stato adottato un metodo di vendita tarato sulle specifiche del medium su cui l’opera si basa. Si è preso il metodo di vendita delle fusioni a bassa tiratura e si è applicato pari pari. Secondo me opere basate su media che devono replicare se stessi per esistere (produrre copie), e perdippiù che hanno bisogno di un dispositivo per manifestarsi, dovrebbero essere vendute come libri o musica. Purtroppo l’arte vive di un equivoco, il valore e il prezzo intrinseco del simulacro, dell’unicità, tutte belle cose proprie di un oggetto materiale, ma quando si parla di bits, di sequenze di numeri, il tutto assume connotati grotteschi. L’aria la respiri, non la prendi a mani aperte e la porti alla bocca e al naso, certo lo puoi fare, ma poi hai le mani occupate e non puoi portare i sacchetti della spesa a casa, o grattarti i piedi.

Come rassicuri un collezionista intenzionato a comprare uno dei tuoi lavori, in particolare quando parte del lavoro sono anche dati estrapolati da internet in tempo reale?

Se un mio collezionista vuole essere rassicurato non è un mio collezionista. Non è un collezionista. E’ uno speculatore, piccolo o grande, che brama all’idea di trasformare moneta corrente in qualcosa che all’interno di una comunità più ristretta potrebbe avere nel tempo un aumento di prezzo (capitale).

Immagini

(1 cover) Carlo Zanni, My Country is a Living Room, 2011, installation view, courtesy dell’artista; (2) Carlo Zanni, The Sandman, video, 7,58′,  2013, courtesy dell’artista; (3) Carlo Zanni, My Country is a Living Room, installation view, Skl Gallery, Palma di Majorca; (4) Carlo Zanni, The Possible Ties Between Illness and Success, 2006, ed 1/3, courtesy dell’artista e de Il giardino dei Lauri.

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