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Marco Cadioli - The Whirlpool
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Home News Focus

Intervista | Eva Hide

La sesta intervista della serie SURVIVE THE ART CUBE è con il duo conosciuto con lo pseudonimo Eva Hide.

Fabio Giagnacovo by Fabio Giagnacovo
18/12/2023
in Focus, Interview
Intervista | Eva Hide
La sesta intervista della serie “Survive the Art Cube”, curata da Fabio Giagnacovo, è quella a Eva Hide (pseudonimo di Leonardo Miscogiuri e Mario Suglia). Duo artistico (che si fa trio con Eva, moltitudine nei loro travestimenti) che in un modo o nell’altro ci presenta sempre un inconscio perturbante filtrato spesso, anche, dall’iconologia digitale. Il loro lavoro per certi versi può essere definito estremo, eccessivo, come un certo tipo di film indipendenti venerati dalla nicchia, ma proprio come quei film, le loro opere travalicano lo shock per farsi scorgere nella loro essenza cupa e senza scampo. Con loro cerchiamo di capire come sfuggire dalla superficialità, che significa lavorare su dei temi così forti ed esasperanti e che ruolo ha la morale nell’Artworld.

Fabio Giagnacovo: Le vostre opere sono spiazzanti, spesso grazie ad una commistione di elementi quotidiani e infantili nel mezzo di un orrore, di un disagio perturbante. A volte sembra che stiamo contemplando una situazione di estremo disagio filtrata dagli occhi di un bambino, altre vengono alla mente i corpi mostruosi delle bambole di Bellmer, altre ancora le maioliche drammatiche di Leoncillo. Gli oggetti che create hanno sempre un “peso”, non cadendo mai nel concettuale, ma allo sesso tempo sono estremamente “volatili” in quel disagio esistenziale che ci coglie alla sprovvista, con quella perversione in certi casi estremamente nitida, sbattuta in faccia, essenziale. Sono opere shockanti, si potrebbe dire, ma di tutt’altro tipo di quelle senz’anima che siamo abituati a vedere in giro. Come fate a non essere banali? E, al contrario, come fate a centrare un disagio così assoluto, di una purezza così cupa da essere totalizzante?

Eva Hide: L’originalità è insita nella onestà e libertà di pensiero che gli artisti adottano nel fare emergere, dall’insieme di idee e capacità, la loro essenza più sincera, evitando i facili compromessi con le tendenze del momento. Noi crediamo che la creatività sia sempre combinatoria e vive della capacità di unire elementi preesistenti in soluzioni nuove. La convinzione è che ogni idea sia un remix che mescola aspetti di idee diverse, magari anche da campi diversi o da epoche differenti, in una nuova forma.

Ogni intuizione si porta dietro un’eredità di creazioni precedenti e niente nasce dal nulla. La questione è capire quanto siamo disposti ad ammetterlo. Il nostro lavoro vorrebbe essere uno specchio sincero e crudele come quello di Biancaneve, che restituisce un’immagine senza filtri, più vicina al nostro essere primordiale o bestiale se vogliamo, ma durante il processo creativo, in una continua tessitura tra gioco e tragicità, i proponimenti vengono puntualmente disattesi perché, sempre in bilico tra realtà e finzione, vengono contaminati da visioni anomale che si mescolano alle oscure ossessioni freudiane, alle ambiguità identitarie e a memorie di violenza.

Il modo in cui vi presentate e proponete il vostro lavoro nello spazio digitale ha caratteristiche spiccatamente weird. Non mi stupirei di vedervi uscire dal sipario della lynchana stanza rossa dell’inconscio di Twin Peaks, affianco al nano che balla e che parla in quel modo così straniante. Cosa significa, per voi, essere artisti? Quanto di voi stessi mettete nel processo artistico e come vi relazionate al fatto che siete in due a firmare la stessa opera? C’è una mediazione?

Eva Hide è una menzogna creata per sopravvivere alle brutture della quotidianità, che è molto più assurda e crudele di quello che ci raccontano i poeti; noi siamo figli di un’epoca che ha preso atto che la bellezza non salverà il mondo. Patetica e dolorosa come la conoscenza, la nostra è un’arte che non crede nel suo potere di guarigione, ma tenta disperatamente di accorciare l’altezza che ci separa dalla caduta e di restituire un senso al dolore, ridando dignità alla disperazione, trasformando le ferite dell’essere in poesia e ritrovare la vita nella morte.

L’opera, seppure chiamata a compiere l’annodamento tra l’oggettività delle pulsioni e la plasticità delle forme, non è un effetto deterministico della vita, ma è ciò che la riscrive retroattivamente. Non neghiamo che esista un nesso profondo tra la nostra biografia e le opere, ma rifiutiamo di concepire il processo artistico unicamente come il risultato del corso della nostra esistenza, di trent’anni di amore vissuto insieme, di vicissitudini, di mediazioni e giochi. Le opere oltrepassano le nostre intenzioni, diventando i luoghi dove si manifesta l’inconscio e, resistendo alle significazioni, appaiono a noi estranee.

Il vostro universo di immagini è costellato da cursed images, le utilizzate, le sfruttate in tutto il loro potenziale e anche le vostre opere, in qualche modo, acquistano tutte le caratteristiche delle virali immagini maledette: in alcune opere le scorgiamo in modo palese, altre, sto pensando alle sculture in ceramica, ne pongono le basi tridimensionali, con a volte, l’aggiunta di quelle scritte di un estremo perturbamento, e perfino i vostri piatti in maiolica dipinta, così “quotidiani” ed eleganti, tralasciando il nero dilagante che trasporta in una dimensione del pensiero altra, hanno nell’immagine qualche elemento inquietante che condanna l’osservatore a ritornare, nella mente, ad essa, a “ricordarla per sempre”, prendendo in prestito la definizione delle cursed images. Qual è il ruolo che ha Internet nel vostro lavoro? E quale tutto quell’universo di immagini inquietanti, a volte efferate, sfacciate, pornografiche, senza filtri, che nel fluido spazio digitale ha avuto modo di diffondersi in maniera estremamente facilitata in confronto a qualche decennio fa?

Abbiamo sempre saccheggiato a piene mani da internet, consolidando nel tempo il nostro immaginario inquieto, dandoci l’opportunità di sentirci meno isolati rispetto a ciò che accade nel mondo. Al tempo stesso, navigare i mari del web, attingendo in maniera bulimica dalle immagini e informazioni presenti, ha generato in noi una sensazione che sfugge alla percezione concreta e materiale della realtà, una sensazione di sospensione, di indefinito, di incompletezza, una sensazione a cui non riusciamo a dare corpo, a dare senso e a dare nome; qualcosa che ha a che fare con la coscienza di un altrove e che ci ha condannati a vivere una nostalgia costante di un luogo in cui non siamo mai stati, di una terra sconosciuta.

Un sentire che nutre e accresce i dubbi e le incertezze che si annidano, come tormentati spettri, negli spazi angusti e oscuri della psiche.

Alcuni commentatori hanno definito “coraggiosa” la vostra produzione artistica, così come “coraggiose” le gallerie che la espongono. Io credo che tutta l’arte debba essere coraggiosa per definirsi tale, a prescindere dalle tematiche che tratta e penso che la vostra produzione artistica sia effettivamente coraggiosa perché ha in sé una carica destabilizzante assoluta, non si ferma al taboo ma in qualche modo lo supera, lasciandoci disarmati, incapaci di reagire al nostro inconscio che rimbalza tra infanzia, sessualità e morte. Secondo voi, che ruolo ha la morale nel sistema artistico? E questa landa di assoluta libertà, come a volte ci viene presentato l’Artworld, è effettivamente tale?

La morale è sempre determinata dai valori che ogni epoca e società assume come virtù fondanti della propria civiltà e muta con essi. I canoni morali dell’arte sono quelli che l’artista stesso imprime nella realtà anche se non sempre questi canoni sono socialmente condivisi, perché eversivi, irrispettosi o semplicemente, come nel nostro caso, scomodi al pensiero perbenista. Quello attuale, dell’arte, è un sistema in cui vale tutto e il contrario di tutto, un regime caratterizzato dalla concentrazione del potere effettivo nelle mani di una minoranza, per lo più operante a proprio vantaggio, spesso contro gli interessi degli altri.

L’Artworld è diventato un proscenio in cui ci esibiamo tutti come bambole in vetrina o scimmiette allo zoo, in un carosello scintillante che ci abbaglia e ci seduce con il luccichio delle cose, le sirene del successo e che male tollera la libertà di dissentire.

Siete entrambi di origini pugliesi ma avete vissuto per molto tempo a Londra. Perché questa scelta? E cosa pensate del panorama artistico contemporaneo che riguarda i giovani artisti? Secondo me è un panorama perturbante, un po’ come le vostre opere, giocoso e terrificante come i film di Harmony Korine, non è così?

L’esperienza londinese purtroppo si è conclusa perché la nostra ricerca artistica richiede spazi e attrezzature non compatibili con le possibilità economiche di cui disponevamo, per cui siamo rientrati in Puglia attrezzando nuovamente uno studio e dare seguito al nostro progetto. Il motivo che ci aveva spinti a migrare era stata la necessità di emanciparsi dalla condizione stagnante e marginale in cui versa l’arte contemporanea in Italia e di vivere in un contesto in cui l’arte esprime la complessità del mondo, gode di una grande vitalità e mantiene un ruolo di rilievo nel tessuto culturale ed economico del paese.

In Italia ci sono molti giovani artisti, alcuni talentuosi e promettenti, che spesso vengono fagocitati dall’art system delle piccole e medie gallerie nostrane che, adottando le regole dettate dal marketing, agiscono ricalcando i format di famosi talent show televisivi, con l’unico scopo di trarre dal loro operato il maggior profitto nel minor tempo possibile. Il risultato è quello di soffocare la creatività e i suoi possibili sviluppi a vantaggio di una produzione ripetitiva e rassicurante perché già accettata dal mercato.

Complice di questa propensione sterile e asfittica, salvo rarissime eccezioni, è il sottobosco dell’apparato critico e curatoriale del sistema dell’arte che, invece di creare occasioni per confronti e analisi utili a stimolare una crescita, ha praticamente ridotto il suo fondamentale ruolo a quello di remissivi lacchè al soldo del miglior offerente.

Immagini (cover – 1) Eva Hide, Illustrazione di Nikla Cetra (2) Eva Hide, «My dad loves me», 2017, maiolica dipinta e mutandina per bambini, dimensioni ambientali (3) Eva Hide, «Rabbit», 2019, maiolica dipinta (4) Eva Hide, mostra Kammerspiel alla ADA Gallery di Roma (5) Eva Hide, «Playground», 2018, maiolica dipinta (6) Eva Hide, exhibition view ArtVerona 2017 (7) Eva Hide, Illustrazione di Nikla Cetra.

Survive the Art Cube è una serie di conversazioni con artisti di diverse generazioni curata da Fabio Giagnacovo. Il titolo riprende il più famoso libro di Brian O’Doherty a volerne ricalcare il piglio critico. Ha il fine di comprendere meglio come questi artisti percepiscono lo spazio analogicodigitale in cui siamo immersi e la nostra contemporaneità, che senso e che importanza ha lo spazio artistico oggi e che senso ha nel nostro presente fare un percorso artistico. I tempi cupi impongono una riflessione sulla realtà e solo gli artisti, forse, possono aprirci la mente:
Interviste precedenti:
Intervista a Federica Di Carlo, Arshake, 16.12.2023
Intervista Giuseppe Pietroniro, Arshake, 07.12.2023
Intervista a Francesca Cornacchini, Arshake, 14.11.2023
Intervista ad Enrico Pulsoni, Arshake, 09.11.2023
Intervista a Marinella Bettineschi, Arshake, 15.10.2023

 

 

Tags: arsarshakedigital iconologyEva HideFabio GiagnacovointerviewintervistaLeonardo MiscogiuriMario Sugliaseries “Survive the Art Cube”Survive the Art Cube
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